Messi non è capace di vincere da solo E il Brasile non segna e sbaglia 4 rigori

Coppa America stregata: fuori le due favorite. L’Uruguay e una parata di Muslera infrangono il sogno argentino. Il
Brasile non fa gol in 120’ e sbaglia 4 rigori: passa il Paraguay

Coppa America choc: fuori l’Argentina battuta ai rigori dall’Uruguay, eliminato sempre ai rigori (0-2) il Brasile dal Paraguay, la squadra più catenacciara della Coppa America, approdata in semifinale senza aver mai vinto una partita ma sapendo almeno calciare dagli undici metri. Cosa che i campioni verdeoro, senza gli specialisti Pato, Ganso e Neymar e invero in un’area di rigore infame piena di buche come una spiaggia, non sono stati capaci di fare: zero gol alla fine dei 90’ regolamentari malgrado un attacco asfissiante, zero gol nei supplementari, quattro errori su quattro nell’incredibile sequenza dei rigori, con il portiere paraguaiano Justo Villar diventato eroe della serata.

Come il suo collega uruguagio. La Emme di Muslera quando tutti pensano alla Emme di Messi e tornano a quell’altra più carismatica di Maradona. Meglio la parata di un signor Saponetta piuttosto che cento dribbling della Pulce più coccolata, vezzeggiata e osannata del mondo. Ma che, ogni tanto, resta pulce (con la minuscola), soprattutto in nazionale. Muslera (sì, quello snobbato dalla Lazio) ha parato il rigore decisivo che ha eliminato l’Argentina dalla coppa America e mandato in semifinale il glorioso Uruguay (mai un pari in 87 anni). Messi si è fermato ad un assist: e non racconterete sempre che gli mancavano Iniesta, Xavi e soci. Si può vincere anche con compagnia diversa. Maradona raramente si preoccupava di chi aveva al fianco. Siam pronti all’ennesimo interrogativo non privo di originalità: «meglio Messi o Maradona?» Con relativo «pro e contro». Diego, che ha l’animo dei grandi, ha difeso anche recentemente l’erede. I superficialoni continueranno a votare Messi. Ma chi ha visto calcio di qualità e il calcio di Maradona ha in mente la genialità totale di un re ancora superiore al calcio maravilla della pulce.

Teniamoci Messi, anche se non vince con la nazionale, ma qualcuno si ripassi le lezioni di Maradona, che sapeva vincere pure da solo. Messi sa vincere, disegna gol spettacolari, ma non ha l’animo del conducator. E quando serve, talvolta si perde. Gli necessita il collettivo fatto su misura per lui, a cui aggiunge straordinaria individualità. Ieri è uscito dal campo a testa bassa e con una marea di delusioni. «Non ci ha salvato neppure Messi», hanno titolato i giornali argentini. La pulce ha giocato meglio di altre volte, ottima mezz’ora, il resto da buon orchestrante. Ha mollato l’assist con il quale Higuain ha pareggiato il gol di Perez. Si è mangiato una grande occasione, poi si è affidato alla sfilza dei rigori, finita 6-5. Ma non può essere un caso se, con la maglia della nazionale, non riesce a segnare da 16 partite ufficiali (amichevoli escluse), ed ha chiuso senza reti sia i mondiali sia la coppa America, che l’Argentina non vince più dal 1993, pur avendo il record di vittorie nella manifestazione (14 successi come l’Uruguay).

Uruguay senza Cavani e in dieci fin dal primo tempo per l’espulsione di Perez. Argentina con i grossi calibri, però Messi ha segnato ai rigori, Pastore pure, Tevez ha scoperto Muslera. Il pallone, quando si vuol divertire, è feroce. E anche stavolta è stato veleno puro. Argentina fuori dalla coppa America, organizzata in casa, quando tutti la pensavano in finale. Sfogliando il libro dei ricordi non è un flop solitario e oramai neppure casuale, fatto salvo il titolo olimpico vinto due volte di fila (2004 e 2008). Argentina grandi firme, ma poi finisce col solito copione: eliminata sul più bello. Non c’è commissario tecnico che sappia cambiare faccia ai suoi risultati: due coppe America di fila perse in finale contro il Brasile, le ultime eliminazioni mondiali (a partire dal 2002) quando la squadra sembrava destinata a diventare eletta.

La storia diventa sempre una storiaccia e stavolta anche peggio. L’Uruguay ha ritrovato il filo di una leggenda cominciata 61 anni fa, quando mandò il Brasile e i brasiliani al suicidio. Ancora 16 luglio, allora 1950, la squadra soprannominata “Celeste” mise in ginocchio un intero paese nella sfida che valeva la finale dei mondiali. Ghiggia e Schiaffino ammutolirono l’intero Maracanà di Rio. Passò alla storia come Maracanazo. E, infatti, El Pais, quotidiano uruguaiano, ci ha giocato con il titolo: «Uruguay fedele alla sua storia». Onore al maestro, alias Washington Tabarez, che ha ritrovato il filo di un racconto diventato leggenda. È bastato un portierino per annientare il rigore di Carlito Tevez e il pedigree di una squadra che, in milioni-mercato, vale quanto nessuno al mondo, molto più dell’odierno Brasile. Escluso Messi, Tevez + Aguero + Pastore + Higuain + Milito + De Maria, fanno attacco (supposto) atomico, ma circa 200 milioni sul mercato. «Fallimento nazionale», così ha titolato il quotidiano sportivo argentino Olè, mentre Sergio Batista, il ct, ha fatto subito sapere: «Non mi dimetto». E soggiunto: «Fallimento? Mi sembra esagerato». Ma lo pensa solo lui.

Sorpresona infine nel primo quarto di finale: il Perù del mago Markarian ha battuto 2-0 la Colombia dopo i tempi supplementari con i gol di Lobaton e del fiorentino Vargas. A casa i «cafeteros», la squadra migliore della prima fase.