Messi, il videogame con il numero 10 re degli anni Zero

Lionel Messi corre più veloce con la palla che senza. E' l'unico che fa così: gli altri, quelli normali, guardano giù per non inciampare, lui guarda dritto per vedere l'unica cosa che serve. La porta. E' un computer con le gambe, la consapevolezza che il miglior talento del mondo esiste perché l'hanno creato, costruito, impostato. E' il simbolo degli anni zero: 2000-2010. Il suo decennio, la sua era. Ce n'è sempre stato uno: gli anni Trenta di Meazza come i Sessanta di Pelé, i Settanta di Cruijff, gli Ottanta di Maradona, i Novanta di Ronaldo. Adesso c'è Leo. Lui. Perché gli anni zero hanno avuto anche Zidane e adesso hanno anche Cristiano Ronaldo. Ma uno ha chiuso male la sua stagione, l'altro non ce la fa a reggere il confronto con Lionel. Allora Messi. Che s'è preso un decennio e sfonderà anche il prossimo: gli zero per un dieci e poi i dieci per l'ultimo dieci. Lionel è nostro: ti arriva via satellite ogni weekend in diretta. Ciò che non avveniva per gli altri, avviene oggi. Sai che c'è, in Spagna e ovunque. Perché arriva in contemporanea e sprigiona quello che ha e quello che è nello stesso istante in tutto il globo. Leo è il primo campione 2.0, la versione migliorata di qualcosa che abbiamo già visto. E' la modernità di un ruolo pallonaro che tutti vogliono romanticamente riportare in bianco e nero: dicono che sia la purezza del calcio come dovrebbe essere, quindi com'era, del pallone senza freni e senza troppe regole, senza tattica. Il trionfo della fantasia, l'umiliazione della potenza da parte della tecnica.
Lo credano pure. Però Leo corre. Corre perché gli hanno chiesto di farlo, perché senza corsa non sarebbe il più forte del mondo. Veloce coi piedi, veloce nella testa. Tutto quello che sembra e che invece non è: dicono sia un marziano in un mondo fuori misura per lui, invece la verità è che è diventato quello che è solo perché è perfetto per il pianeta che abita. E' la genialità mai fine a se stessa, ma adagiata su uno schema, su un'idea, su un modo di stare in campo. E' il campione di tutti perché non assomiglia a nessuno di quelli che l'hanno preceduto. Non c'entra con Maradona, per esempio. Diego era la squadra, Leo è il più forte di una squadra: non esisterebbe senza gli altri, non sarebbe lui fuori da un contesto. Messi è quello che esce se spremi il Barcellona e tiri fuori il succo: dolce, sensuale, perfetto, raffinato. E' il calcio passionale e perfetto che mette la classe al servizio di un'idea e l'idea al servizio della classe. L'ha scritto Gabriele Romagnoli: «A comprimere Messi nella cornice dell'erede di Diego lo si è spinto a togliersi in fretta i denti del giudizio. Si è fatto anche lui il suo bel gol saltando cinque avversari e, soprattutto, quello di mano con conseguente mancanza di scuse, anzi totale giustificazione (senza richiami però a interventi divini). Il modo in cui gioca Messi non richiede ricorso al vocabolario dell'improbabile o al cassetto delle metafore perché è l'opposto della ricercatezza: è la cosa più semplice che si possa vedere in una partita. Non fa trivele, passi doppi, cucchiai. Leo tiene la palla incollata al piede, salta l'uomo, va in porta».
Segna come pochi, in un ruolo che prima prevedeva l'estro al servizio dell'assist più che del gol. Per lui no. Lui vede il portiere e calcola come fregarlo. La bellezza estetica della giocata è un mezzo, non un fine: la usa quando è l'unico modo per arrivare all'obiettivo. La velocità no. Quella è l'essenza di tutto: oggi se vuoi diventare come Leo devi avere le gambe che mulinano più di quelle degli altri. Non c'è un solo calciatore che possa permettersi di giocare lento ed essere tra i più forti del mondo. Per essere il migliore, Leo sa che deve essere anche il più veloce. Semplice come il suo modo di giocare, essenziale come le regole di chi sa che il calcio è cambiato. Allora basta paragoni. Diego era Maradona, Leo è Messi. Non si mescolano, non si uniscono. Uno è la classicità, l'altro ne è la sua interpretazione post-moderna: più veloce, più sobrio, più ordinario. Silenzioso, tranquillo, sereno. Uno che ha sublimato la vita dentro un campo di calcio e non il contrario. Basta sentirlo: non ha la rivendicazione sociale, né quella umana. Leo parla sottovoce: «Sono nato il 24 giugno dell'87 a Santa Fé. Mio padre Jorge faceva l'operaio, mia madre Celina casalinga. Ho due fratelli più grandi e una sorella che ha 12 anni. A pallone ho cominciato a giocare a 4 anni, prima per strada poi nel Grandoles a Rosario. A 13 anni scoprirono che avevo un problema di ormoni. Erano addormentati. Facevo fatica a crescere. Avevo bisogno di una cura costosissima che mio padre non poteva permettersi. Giocavo nel Newell's Old Boys, il River Plate mi voleva, ma le spese mediche erano troppo alte. Arrivò il Barça, mi fece firmare un contratto, e mi portò qui».
Qui è nell'unico posto dove Lionel sarebbe potuto diventare Messi. Perché gli hanno dato il tempo di crescere finché bastava e poi l'hanno buttato dentro, senza paura e senza pudore perché certe cose si fanno così e basta. Si sono accorti che avevano un mostro perché l'hanno spinto nel mondo dei grandi quando neanche sapevano se avrebbe resistito in quello dei piccoli. Il mondo l'ha visto, l'ha catalogato tra i numeri dieci e forse s'è accorto solo ora dell'unicità. Perché Messi è il contrario di quello che appare, l'opposto di come vogliono rappresentarlo. Leo è una magia impostata, un genio naturale fino a un certo punto. Non c'entra con la retorica: i nostalgici del pallone degli anni Ottanta lo prendono a esempio di come dovrebbe essere il calcio oggi. Un po' come allora, dicono. Messi, invece, è figlio legittimo del suo tempo, oltre che del suo spazio. E' l'unico nella storia a muoversi davvero come il suo alter ego della Playstation. Perché non è il videogame che s'è adattato a lui, ma l'opposto.