In Messico scoppia la rivolta delle tortillas

Dunque, prendete carta e penna e segnatevi questa ricetta. Prendere una tortilla qualsiasi, una burrida ai fagioli e formaggio, o un’enchilada con carne e verdura, e fatela lievitare per bene di prezzo fino a 400 volte il suo valore, mescolate in piazza un po’ di tutto, agricoltori, operai, poveri cristi, e surriscaldate come si deve gli animi della gente, che il più delle volte mangia solo quella, promettendo per esempio un calmiere che non c’è, fino a ottenere un bell’impasto di persone imbufalite che sgoccioli risentimento popolare bello denso. Gli ingredienti per una rivolta, state tranquilli, ci sono tutti.
In Messico l’hanno servita subito. Decine di migliaia di persone, in nove Stati diversi, sono scese in piazza per dire finalmente pane al pane e vino al vino, per gridare che se c’è una cosa adesso che sta sullo stomaco di tutti è proprio la tortilla. Che lì è un cibo sacro, la base di tutto, un simbolo popolare millenario, soprattutto se farcito di carne. Se gli togli quello sei morto. Ma non solo. Il mais, padre di tutte le tortillas, convertito in etanolo e poi in biocarburante, viene anche infilato nei serbatoi delle macchine. Per cui anche la benzina va via come il pane. E fa accelerare i prezzi. Il problema è che la tortilla negli ultimi mesi costa più di una carrozzeria: ieri sette pesos al chilo (0,50 euro), oggi in certi casi più di 18. E insieme sono lievitati uova, latte, carne, pomodori, la gente non mangia più. Per questo al grido di «Senza mais, non c’è Paese» («sin maiz no hay país»), si sono riversati bollenti sulle strade della capitale, Città del Messico, pigliandosela pure con gli americani, dai quali il Messico è arrivato adesso a importare mais per il 25% del fabbisogno. «Porcheria transgenica - gridano - che lo diano da mangiare ai loro porci». Ma c’è chi si è lamentato anche per i salari, bloccati da sei anni, cioè dall’inizio del governo di Vicente Fox prima e di Felipe Calderón adesso, anche se il ministro del Lavoro Lozano ha fatto sapere, e te pareva, che i salari non si toccano, soprattutto verso l’alto.
Calderón a dire la verità un paio di settimane fa ha firmato un accordo con supermercati e organizzazioni commerciali per limitare il prezzo della tortillas a 8,50 pesos al chilo, sollecitato dal Congresso che ha votato all’unanimità un pacchetto di provvedimenti capace di calmierare i prezzi dei generi di prima necessità. Accordo che la maggioranza dei venditori si è ben guardata dal rispettare. Calderón è preoccupatissimo perché non è la prima volta che succede. In Tunisia, più di vent’anni fa, si scatenò la rivolta del pane, ottanta morti, saccheggi, incendi, danni per 400 miliardi; in Algeria la guerra del cus-cus: 162 morti, intervento dei carri armati, ma anche caduta del governo, crollo del partito unico e avvento del regime parlamentare; nello Zambia la rivoluzione del mais provocò 30 morti, in Russia quella dello zucchero si limitò a bloccare per giorni il centro di Vladimir, 180 chilometri a nord-est di Mosca. E grazie a dio nessuno ha scambiato la rivolta del Chiapas per culatello. Per questo Calderón vuole rapidamente correre ai ripari anche se non sa bene ancora come. Intanto ha spedito un comunicato in cui esprime «rispetto e solidarietà» per le proteste. Poi ha giurato che stavolta farà sul serio, che userà il pugno duro per abbattere i prezzi delle tortillas. Meglio tardi che mais.