Messina, ore 5.21: la terra trema Cento anni fa il terremoto

Quella sera del 27 dicembre 1908 arrivò la fine del mondo: 80mila i morti. <a href="/a.pic1?ID=317137" target="_blank"><strong>Quel sisma infinito</strong></a>

La sera prima una serata del tutto normale: giovani nei locali e struscio. Esattamente come quella sera del 27 dicembre 1908 quando al Vittorio Emanuele davano l’Aida di Giuseppe Verdi. Tutto tranquillo, come cento anni fa. Anche il traffico sullo Stretto prosegue imperterrito nel suo andirivieni tra le due sponde, quella calabrese e quella sicula. Era stato così anche cento anni fa. Ma nella notte, cento anni fa, quella normalità si interruppe: la causa, quei maledetti 30 secondi che azzerarono un’intera città, con la sua ferrovia, il suo porto, le sue case e le sue chiese. Un sisma devastante su cui mise il carico, in una sorta di sfida a carte, il tanto amato mare, con uno tsunami (come lo chiameremmo oggi) che sommò distruzione e morte a morte e distruzione.

La sera prima una serata del tutto normale. La statua della Vergine, in porto, è lì con il suo rassicurante “Vos et Ipsam Civitatem Benedicimus”. Ma fa un certo effetto pensare di trovarsi a calpestare la stessa terra che cent’anni fa inesorabilmente si aprì. Una terra calpestata tante e tante volte. Ma in una serata del tutto apparentemente normale ha una valenza particolare.

Rocco è un cinquantenne con la passione per la pesca. In questo cammino a ritroso nel tempo lo trovi che, insieme ai suoi due figli (ai quali cerca di trasmetterne la passione), è sul molo nei pressi della stazione Marittima, vicino Porta Messina, a dare libero sfogo al suo hobby. Non dovrebbe stare lì e lo sa. Ma per lui è un passatempo. Più in là Giuseppe, ferroviere, impartisce ordini a bordo nave “aspetta, un viaggiatore deve traghettare”. Alle nostre spalle, la città. Ma è ancora presto, è solo mezzanotte. E anche alla mezzanotte di cent’anni fa era ancora una serata del tutto normale.

Una serata di festa per la presenza, in occasione del periodo natalizio, del circo, il Circo Bizzarro (oggi Circo Città di Roma). Clown e giocolieri a far divertire i bambini. Quegli stessi che, di lì a poco, sarebbero entrati a far parte della schiera di orfani se non vittime loro stessi. Prosegue il giro alla riscoperta di una città che inevitabilmente, in una serata apparentemente normale, vedi sotto un’altra ottica. E lo sguardo è un attimo distratto da una targa recente con sopra incisi dei nomi. Sono i poveri marinai che hanno perso la vita nel gennaio 2007 dalla collisione tra una nave e il “Segesta Jet”, l’aliscafo delle Ferrovie. Non c’entrano col terremoto, ma pur sempre di vittime si tratta. E mentre fai questa riflessione, scopri che l’ora x si sta avvicinando. A ricordartelo un’altra targa, posta all’interno della stazione Centrale di Messina, in memoria dei 384 ferrovieri che quel maledetto 28 dicembre 1908 hanno perso la vita.

Stop. Sono le 5.21. La città si ferma un attimo. Rocco e Giuseppe sono ancora lì. La Palazzata, l’ottava meraviglia del mondo, non più. Ti fermi un attimo, quasi impietrito. Ci guardiamo negli occhi. Stiamo pensando tutti e tre la stessa cosa: “E se fossimo stati in questo stesso posto, noi tre, cento fa?”. Guardi l’orologio e cronometri 30 secondi, manco fosse in gioco un record sui 100 metri. Paiono non finire mai.

Trenta secondi e 80mila morti. A cui vanno aggiunti (troppo spesso ci si dimentica) i 12mila di Reggio Calabria. Trenta secondi, come scrive Giorgio Boatti sulla copertina del suo La terra trema, “cambiarono l’Italia, non gli italiani”. E, soprattutto, non i messinesi. I trenta secondi passano. Si tira un sospiro di sollievo. Il viaggio immaginario nel tempo è finito. Guardiamo alle nostre spalle: Messina è lì, terra di passaggio, bella come Dio l’ha voluta. Con le sue contraddizioni e i suoi problemi, certamente. Ma pur sempre lì.