Messina prepara la guerra al Milan che perde pezzi

I tifosi promettono ore d’inferno e i rossoneri cambiano albergo. Inzaghi e Vogel indisponibili, Ambrosini a mezzo servizio, Gattuso farà gli straordinari, Rui Costa sostituirà Pirlo squalificato

Franco Ordine

nostro inviato a Messina

Il Milan sbarca in Sicilia ma sembra paracadutato all’improvviso sul cratere di un vulcano in piena e pericolosa attività. E il canonico viaggio verso la placida coda del campionato si trasforma in una imboscata d’altri tempi, sembra di riascoltare i toni dell’aprile 1988 prima di un Napoli-Milan che decise il primo scudetto dell’era Berlusconi. Allora intervenne un tribuno d’eccezione, Diego Armando Maradona, a riscaldare il clima. «Non voglio vedere una sola bandiera rossonera allo stadio» ammonì senza riuscire a intidimire l’armata di Arrigo Sacchi che passò alla grande, 3 a 2. Altri tempi, altra squadra, viene da aggiungere. Le parole in libertà spese dal presidente siciliano Pietro Franza («i milanisti non stanno in piedi, sarà battaglia, non vinceranno lo scudetto, troveranno una città intera pronta a fare la guerra») aggiunte all’iniziativa di distribuire nello stadio una maglietta con la scritta «io ci credo», mobilitando tutta Messina in una sorta di crociata calcistica, preparano un pomeriggio pirotecnico. La risposta di Adriano Galliani, vice-presidente vicario del club, è di quelle che lasciano il segno: cancellato al volo il vecchio programma, cambiato l’albergo con trasferimento del ritiro dal centro storico di Messina (hotel di proprietà della famiglia Franza) alla suggestiva costa di Taormina, a metà strada tra Catania e la punta dell’isola che guarda verso Reggio Calabria. È più, molto più di una replica stizzita, evitata solo per non nuocere alla carica istituzionale di presidente della Lega e infiammare un tranquillo week-end di paura. Allertato anche l’ufficio inchieste della Federcalcio. «Parlare di guerra mi sembra eccessivo, se non stiamo in piedi lo scopriremo sul campo» la risposta composta, in apparenza remissiva, di Carlo Ancelotti, preso tra due fuochi. Rischiano di incenerirlo nel punto di svolta di una stagione che volge al desio.
Oggi a Messina, sotto un sole che promette caldo, caldo vero, non solo metaforico, e poi mercoledì prossimo a Barcellona, in Champions league, il Milan si gioca l’eredità lontano dallo stadio che è stato fin qui il terreno preferito delle sue cavalcate. Nelle sfide domestiche, tra campionato e coppa europea, un solo pareggio (griffata Samp) e una sconfitta (firmata Ronaldinho) resi alla concorrenza: fuori casa molte pause, molte amnesie, molti errori. L’ultimo, forse il più recente che è fonte di rimpianti e di rimorsi, a Lecce prima della rimonta sul Lione. «Non c’è una spiegazione particolare, di sicuro abbiamo avuto maggiore continuità a San Siro» la risposta di Ancelotti in versione professor Pazzaglia (da Quelli della notte, ndr) che non chiarisce gli aspetti, tecnici e tattici, della questione. Da addebitare anche alla resa del centrocampo, in grave difficoltà per il momento discutibile di Pirlo e Seedorf, oltre che di Kakà, complicata dalla mancanza di autorevoli ricambi nel reparto. Ambrosini, per esempio, iscritto nella lista messinese, non è in grado di cominciare per via del dolore al perone, costringendo Gattuso agli straordinari. Vogel, candidato a ritagliarsi uno dei rari pomeriggi da titolare, se ne resta triste e malinconico a casa per via di una tendinite inopportuna che lo ferma durante l’allenamento. «Abbiamo uomini contati» ricorda un esponente dello staff tecnico senza strappare solidarietà. Sempre del Milan si tratta, sistemato 45 punti più in alto del Messina. Se a centrocampo resistono i dolor di pancia dei berlusconiani, si capisce perché da qualche settimana Ariedo Braida (auguri per i 60 anni festeggiati ieri) è attivissimo sul mercato per trovare soluzioni che cementino il reparto: piace su tutti Diarra, del Lione (valutato 25-30 milioni di euro, una esagerazione secondo l’azionista di riferimento), il romanista De Rossi è l’altro obiettivo dichiarato, ma la famiglia Sensi non pare disposta al sacrificio.
A Messina, per tornare all’attualità, il centrocampo è di fortuna: con Pirlo squalificato, tocca a Rui Costa prendere la bacchetta in pugno e a Gattuso e Seedorf fare gli straordinari. L’olandese si candida per il ruolo di vice-Pirlo: «In quel posto ho giocato da ragazzo nell’Ajax». Con l’elmetto in testa, il Milan non tradisce il suo solito modulo a due punte ispirate da Kakà. «Dobbiamo vincere e mettere al sicuro il secondo posto» sintetizza Ancelotti. Non gli interessa Lazio-Juve, bastano e avanzano i problemi di Messina e Barcellona.