Il mesto Carnevale di Fo, parodia di Travaglio

Delude la nuova versione del Mistero Buffo recitata in piazza a Venezia. Dal Papa a Berlusconi, le sue denunce politiche diventano banalità da bar. Solo quando torna al vecchio repertorio, tra Lazzaro e Bonifacio VIII, ritrova il talento di giullare

Venezia - È lui stesso a spiegarlo, sul palco kitsch che proprio non gli piace, poco adatto com’è al suo genere di teatro: «Il Carnevale migliore è quello dei periodi di crisi». In certi momenti, cioè, si possono almeno sfogare nei lazzi trasgressivi e nella feroce satira contro i potenti le frustrazioni e le amarezze dei giorni neri. Inutile specificarlo: questo, conciati come siamo, è un periodo perfetto.

Sabato sera a Venezia, piazza San Marco: dalla laguna salgono vapori gelidi, ma nell’aria le aspettative friggono. Tra le mascherine svampite e festaiole, piazzate sotto al palco per curiosità e per tirar notte, c’è lo zoccolo duro di una certa area culturale, la stessa che non perde un Pancho Pardi o un Tonino Di Pietro. Quarant’anni dopo i suoi dirompenti albori, torna il Mistero buffo. È l’opera popolare e allegorica premiata con il Nobel della letteratura. Emozione tanta, perché Dario Fo ha annunciato una riedizione con strettissimi agganci all’attualità d’oggi. Si prevede una carnevalata d’altri tempi, quando il funambolo del «grammelot» faceva neri i signori, fossero della politica o dell’industria, della finanza o della Chiesa. Sempre e cocciutamente dalla parte del suo amato popolo sovrano.

Un’ora e mezzo di monologo, con sciarpa al collo e cappello in testa, il nasone viola e le mani pietrificate dal freddo, sotto gli occhi languidi di una platea adorante. Risultato: non è più il Dario Fo di una volta. Parlo del Dario Fo «politico». Il Dario Fo che mette il potere nel suo tritacarne giullaresco, per farne hamburger, è solo un pallido ricordo. Un timidissimo ricordo, nient’altro che un ricordo.

Anche questa volta ci prova subito, in apertura, secondo annunci e promesse. Ma è fiacco, è prevedibile, è scontato. Berlusconi? Dice che dobbiamo consumare per superare la crisi: parla bene lui, con i suoi soldi... Papa Ratzinger? Dice che il denaro non è tutto, che bisogna privilegiare lo spirito: ci desse un po’ dei soldi suoi, perché quando andiamo al supermercato mica paghiamo con lo spirito... La classe politica? Ai tempi della Serenissima, chi rubava veniva messo in galera e quindi mandato in esilio, lui e la sua famiglia, pensa se lo facessimo pure adesso, non potremmo più fare un governo... Milano? Milano una volta era civile e accogliente, proprio come la Repubblica Serenissima, ma ultimamente ha avuto otto morti per freddo, com’è ridotta Milano...

Cose così. Cose che sentiamo tutti i giorni nelle bocciofile e ai giardinetti, dove pensionati disillusi e acidi analizzano i tempi d’oggi a base di frasi fatte e luoghi comuni. Nonno Dario ha la stessa grinta. Sarebbe perfetto nei circolini di tardoni che tirano sera rompendo l’anima agli operai dei cantieri pubblici, ma qui no. Qui è al centro della scena, come sempre, come allora, e la platea vorrebbe che il nuovo Mistero buffo fosse molto più geniale, più corrosivo, più atomico. Questa gente s’è fatta l’orecchio e i muscoli sotto il palco di Beppe Grillo, ultimamente: vuole il sangue, non la minestrina. Ma Nonno Dario, qui chiamato per inaugurare un Carnevale di riscatto e di dissacrazione, non è più in grado di esprimere genio: fazioso, schierato, militante, ma genio. Ormai, come iconoclasta, come implacabile distruttore di simboli, riesce a disintegrare solo il suo.
Certo, bastano pochi minuti, basta passare dal Dario Fo politico al Dario Fo artista, per ritrovare come per incantesimo tutto il talento, intatto e freschissimo, del grande solista, del grande affabulatore, del grande giullare. È incredibile, e forse anche un poco malinconico, scoprire come il Fo più vivo e più attuale resti quello di quarant’anni fa, con gli intramontabili pezzi su Bonifacio VIII, il papa preso a calci da Gesù per il suo cinismo e la sua avidità, nonché sulla resurrezione di Lazzaro, dove l’altezza del miracolo contrasta con i volgari traffici dei mercanti farabutti.

Solo a questo punto, finalmente, nella piazza torna l’antica colonna sonora di risate e di applausi. Adesso, davvero, il Carnevale di Venezia può cominciare. Con le sue fiumane mascherate e le sue comitive multietniche, con le sue pizze al trancio e i suoi prezzi deliranti, con le sue musiche sovrapposte e le sue vergognose scie di rifiuti.

Nonno Dario lascia il palco levandosi il cappello in segno di gratitudine, urlando alla platea il suo fanciullesco stato d’animo: «Grazie, sono veramente felice». Ma nel saluto, innegabilmente, c’è qualcosa che suona patetico. Il Carnevale va a incominciare portandosi dietro l’inattesa rivelazione: il fenomeno Dario Fo è in declino, inesorabilmente segnato dal tempo. Mistero buffo: sopravvive intatto il grande mattatore e l’irresistibile giullare, va in pensione lo spietato dissacratore e il feroce censore, ormai ridotto a banale parodia di un Marco Travaglio qualsiasi. Una cosa triste. Dario Fu.