Il mesto ritorno dei professionisti della parzialità

Pietro Mancini

«Rivedere Enzo Biagi al Tg1 è stata una splendida emozione e un grande segnale per gli italiani, per il giornalismo e la democrazia». Con enfasi il responsabile ds dell’informazione, il fassiniano Roberto Cuillo, ha salutato l’intervista rilasciata al Tg diretto da Gianni Riotta al decano del giornalismo. L’esternazione era stata annunciata nei titoli di apertura e sottolineata dalla bionda conduttrice Maria Luisa Busi («Quello di Biagi in Rai è davvero un grande ritorno»). E il giudizio dei telespettatori? Sicuri che tutti siano rimasti commossi ed entusiasti della comparsata dell’anchorman emiliano, che ha colto l’occasione per presentare il suo ennesimo libro, Quello che non si poteva dire, e per sferrare l’ennesimo attacco al responsabile dell’editto di Sofia, Silvio Berlusconi: «Avrei chiesto al Cavaliere “Che cosa ha dato alla politica e cosa in cambio ha ricevuto”»?
Nessuna curiosità, invece, da togliersi con l’ex presidente dell’Iri Prodi, conterraneo e amico di Biagi. Silenzio totale nell’intervista anche sull’affaire Telecom, come sul caso Unipol. Nessuna domanda sulle nuove tasse in arrivo, che contrastano con gli impegni del premier in campagna elettorale, ma molta retorica buonista sui farmacisti dei paesini, che i pigri cronisti non vanno mai a intervistare, e silenzio di tomba sui problemi scottanti dei rapporti tra televisioni e potere politico, alla luce del blitz del ministro Gentiloni. Il cui disegno di legge ad aziendam non piace a metà del Parlamento e non entusiasma affatto larghi settori della maggioranza.
Tutti soddisfatti a sinistra per il ritorno delle miliardarie star della Rai «epurate» dal protervo regime berlusconiano? Non proprio. Vanno sottolineate positivamente alcune significative voci fuori dal coro, come quella di Emanuele Macaluso, che ha bocciato l’ennesimo tentativo di Michele Santoro di criminalizzare in tv gli avversari politici: «Rispettare - ha sostenuto l’ex senatore comunista sul Riformista - significa dare la possibilità a chi viene accusato, dopo un’assoluzione giudiziaria, di un confronto civile. Cosa che il conduttore di Anno Zero non ha fatto! Questo è il “metodo Santoro” di sempre, che non può essere accettato». In pratica Macaluso ha bocciato l’uso, se non «criminoso» certamente scorretto, improprio e fazioso della tv.
L’auspicio è che l’appello di Macaluso ai giornalisti e ai direttori delle testate a mettere in evidenza le attitudini in contrasto con le più elementari regole della democrazia venga recepito da tutti, anche se non si può non condividerne l’osservazione, realistica, sul fatto che sulle regole tacciono a sinistra, se chi le viola è di sinistra, e restano in silenzio a destra, se chi le infrange è di destra. E, intanto, a chi ha rispolverato il messaggio, rivolto nella scorsa legislatura da Ciampi al Parlamento, tentanto di distorcerne il senso e utilizzandolo quasi come un volantino di sostegno al disegno di legge Gentiloni, va ricordato che l’allora capo dello Stato invitò deputati e senatori a non dividersi, ma a convergere per realizzare il principio «dell’imparzialità dell’informazione, essenziale per una democrazia compiuta». Nella democrazia compiuta di un Paese «dalemianamente» normale, il governo e la maggioranza non dovrebbero mai dare l’impressione, nel legiferare, di essere mossi da intenti punitivi e vendicativi contro le aziende e le poche voci, non allineate e non plaudenti alle magnifiche sorti e progressive del governo Prodi.