La metà dei dispersi non è britannica

da Londra

L’ultimo ricordo che resta di loro è imprigionato in quelle fotografie che hanno fatto il giro del mondo, in quei sorrisi portati via dalle bombe di giovedì. Da ieri Susan Levy, 53 anni, madre di due bimbi, e Gladys Wundowa, una donna di colore di 51 anni, fanno ufficialmente parte della lista dei morti uccisi nella strage del 7 luglio. Risalire ai loro nomi non è stato facile. Le quattro esplosioni provocate dai terroristi hanno dilaniato i corpi, sfigurandoli e rendendoli irriconoscibili. E rallentando il delicatissimo lavoro di identificazione delle 52 vittime (secondo l’ultimo bilancio ufficiale diffuso dalla Metropolitan Police).
Due famiglie si chiudono nel dolore mentre decine di altre restano nell’angoscia, nell’attesa che toglie il fiato e che accentua il senso di impotenza. I «missing», i dispersi, restano ancora tanti. Il tempo passa e la speranza si affievolisce. E a restare in questo limbo snervante sembrano essere tanti, tantissimi stranieri, cittadini di nazionalità non britannica, che Londra ogni giorno accoglie nei suoi uffici, nei suoi ristoranti, nelle sue scuole, nei suoi alberghi. Sono i figli della metropoli «ombelico del mondo», polacchi, francesi, israeliani, iraniani e non solo. Sono quasi la metà degli scomparsi, molti dei quali non hanno nemmeno un passaporto inglese.
Tanti giovani, attirati dalla metropoli cosmopolita proprio come l’italiana Benedetta Ciaccia. Parigi - ha annunciato ieri il ministro degli Affari europei Catherine Colonna - è ancora senza notizie di una decina di connazionali. Fra loro c’è un giovane di 24 anni, Ihab Slimane, che con molta certezza era sulla metropolitana giovedì mattina. Il suo nome si aggiunge a quello di Mihaela Draganescu, romena, 46 anni: la sua famiglia è certa che si trovasse in uno dei treni esplosi giovedì scorso. E poi ancora Behanz Masaki, una donna di origine iraniana impiegata in un ospedale pediatrico della capitale, un ragazzo nigeriano di 26 anni, un giovane americano che lavorava nella capitale.
Nomi e storie che allungano la lista di 17 persone di nazionalità polacca contate finora (il bilancio potrebbe salire) dal ministero degli Esteri di Varsavia e simbolicamente rappresentate dal volto di Karolina Gluck, la giovane ragazza dai capelli corti e biondi la cui foto troneggia ancora di fronte all’ingresso della stazione di metropolitana di King’s Cross.
Tra le presunte vittime ci sarebbe anche una donna israeliana: fuggita dalla tensione che ogni giorno si respira in Israele nel timore di attacchi terroristici, Anat Rosenberg, 39 anni, potrebbe essere andata incontro al terrore che dopo l’11 marzo madrileno è piombato anche in Europa.