La metamorfosi dello snob

Il termine è stato messo al bando e sostituito con "cool". Ma la categoria esiste ancora. E invece di sfuggire dalla massa ora cerca di confondersi: burraco al posto del bridge, pallone invece del golf

Snob, quattro lettere in via di estinzione. Non ne parlano i giovani, roba vecchia, vuoi mettere «cool»? Viene ignorata in età più matura, per pudore e ignoranza; a volte è ricordata, con nostalgia e trombonismo, si potrebbe meglio dire «riesumata» dai cosiddetti diversamente giovani o «anziani», nonni e affini. Ne ha scritto un francese professore universitario di diritto, Frederic Rouvillois, dunque noblesse, pardon, snobisme oblige. Se il termine è ormai merce rara, semplice asterisco, scarabocchio del vocabolario moderno, il prodotto, il portatore dello stesso snobismo, in breve lo snob, continua ad esistere, soprattutto a resistere al logorio della vita moderna.

Il tipo con la gardenia all’occhiello o con le ghette sulle scarpe, fatte alcune eccezioni per esempio nel mondo del giornalismo, ormai non appartiene più a questa epoca, dicevasi gagà, il rammollito che ostentava eleganza e raffinatezza non proprie. Eppoi finora snob era da considerarsi esclusivamente il maschio, l’uomo con i suoi vizietti, i suoi narcisismi, la vanità e l’eleganza farlocca. E la donna? Non pervenuta. Eppure, come le stelle del salame, sono milioni di milioni, finte, con la puzza al naso, dotate di titolo nobiliare, con tanto di palle e corone, sul biglietto da visita ma non nell’araldica autentica e autenticata, ingioiellate come fattucchiere, addobbate come alberi di natale, con l’erre moscia come la loro esistenza, unite a maschi, uomini della stessa cilindrata, prigionieri di un sogno entrambi, volere ma non potere, sognare ma non essere, maschere itineranti, statue di cera ma con lo stoppino, pronti a prender fuoco.

Lo-La snob viaggia per salotti, ville, feste, sfilate, riviere, coste, panfili, discoteche, aggrappandosi a un mondo che non gli-le appartiene dalla nascita ma che alla fine è stato conquistato, l’argent fait la guerre ma anche l’iscrizione al club. «Il vero snob è colui che non osa confessare che s’annoia quando s’annoia e che si diverte quando si diverte», parole di Paul Valéry, un altro francese che giocava tra intelligenza e fantasia. Era vero nell’altro secolo se è vero quello che sull’argomento ha osato dire un contemporaneo che in quanto a snobismo ha tutte le tessere, volevo dire, le carte in regola: «La forma dello snobismo è di certo un modo per ricostruire un rapporto di massa sull’autenticità, in un’epoca nella quale la parossistica spettacolarizzazione porta alla totale inautenticità, nel rumore ormai assordante di una politica mendace. Il nostro è un piccolo atto, che non deve essere assorbito da quel rumore fastidioso».

Volete sapere chi ha le carte in regola, anche se, forse, non ci avete capito nulla? Fausto Bertinotti, sì, proprio lui, cipputi in cachemire, salotto e fabbrica, il bignami dello snobismo di cui monsieur le professeur Rouvillois scrive nel suo libro. Dalla creazione alle veline non è cambiato nulla. Che c’entra il paradiso terrestre? C’entra, siccome Eva, stando al Rouvillois, voleva così assomigliare a chi l’aveva creata, a Dio in persona, che acchiappò la mela e le diede un morso, così impara il Divino. La madre di tutte le snob, dunque, elegante nella sua nudità non integrale, la foglia di fico era già una griffe di tendenza al punto che anche Adamo decise di «indossarla». Va da sé che il regolamento del club non ammetteva sconti e i due snob vennero cacciati dal locale. Cosa che ogni tanto si è verificata nei secoli a seguire, anche tra monarchi, capi di stato, regine, principesse e chincaglieria di corte. Ma oggi lo snob percorre strade diverse, oggi per farsi riconoscere non fa quello che gli altri fanno, si concede la partita di pallone, una volta plebea, trascurando il green, si butta sul burraco e tradisce il bridge, sceglie il gozzo, nel senso della barca, e molla il tender, addirittura trasforma un rimorchiatore in panfilo da diporto (vedi alla voce famiglia Agnelli). Villaggio-Fantozzi aveva deciso di dare un nome bizzarro al proprio yacht «poteve opevaio», sarebbe di certo piaciuto al Bevtinotti di cui sopra.

Il francese Rouvillois scrive della moda bling bling, onomatopea per lo stile sarkozy, e accenna al boom delle borse Vuitton. Non sapeva e non sa, il professore, che un noto cronista italiano degli anni Settanta Ottanta, descrivendo la valigeria che accompagnava un viaggio in treno di Luchino Visconti cadde in una gaffe clamorosa: «Anche sui bagagli porta le sue iniziali», ignorando che, con le stesse sigle LV, oltre al magnifico regista italiano, esisteva anche l’ex fornitore di stoffe per le ferrovie francesi: dandy, sì, snob, anche, ma ignorante, che ignorava cioè, come lo scriviamo? Ci fu anche quel collega, raffinato nel dire e nello scrivere, che davanti alla piccola bacinella d’acqua posata dal cameriere del ristorante sulla tavola, per sciacquarsi le dita unte dal pollo arrosto, le dita non le mani please, dopo un rapido sguardo agli altri commensali curiosi, afferrò la boule e ne bevve d’un sorso il contenuto, petali di rosa, ivi compresi. Ci sono quelli che consegnano ai figli nomi tronfi, Sigismondo, Dagoberto, Clotario e poi chiamano il cane Filippo, ci sono quelli che sognano un «de» un «da», rigorosamente minuscoli, per essere «in» preferibilmente maiuscolo. Diceva Stendhal che una duchessa «non ha mai più di trent’anni».

Siamo passati dall’alta società al jet set, quella che vola, che si fa paparazzare, che va veloce, che se non ha il Suv è Sub, quella che conta le ore soltanto su quadranti con zaffiri ma se non suona la sveglia non va al lavoro. Snob, sine nobilitate, secondo una delle etimologie più diffuse, dunque chi cerca il titolo ma si accontenterebbe anche di un sommario, l’importante è che se ne parli, se ne scriva. Frédéric Rouvillois contribuisce con il suo libro.

Concludo con una memorabile citazione di Milton Berle, attore americano (Questo pazzo pazzo mondo), riguardo allo snobismo made in England: «Una donna inglese ha avuto un parto quadruplo, tre bambini sono nati alle due del pomeriggio, il quarto ha dovuto aspettare che finisse l’ora del tè».