La metamorfosi di Padoa-Schioppa

Egidio Sterpa

Martedì scorso ho ascoltato e seguito in tv il discorso alla Camera sulla Finanziaria del ministro dell’Economia Padoa-Schioppa. Ne sono rimasto così sorpreso, persino un po’ incredulo, che ho voluto rileggerlo nel resoconto stenografico, Del ministro avevo un’opinione tutt’altro che negativa. Il suo curriculum - master al Mit di Boston, direttore generale alla Cee, vicedirettore alla Banca d’Italia, me lo aveva sempre fatto considerare con stima e, da liberale, con simpatia perché, appunto, lo ritenevo di sostanziale cultura liberale.
Francamente, non riesco a capire come egli abbia potuto pronunciare quel discorso d’impostazione ideologica tutt’altro che liberale, anzi sbalorditivamente classista. Non sarei qui a scrivere se non fossi rimasto sconcertato. La considerazione che avevo per lui quasi mi imbarazza a scriverne; stento lo confesso per motivi di rispetto umano, a parlare di commiserazione. Ma sì, possibile che un uomo di quel livello si sia così autoumiliato? Persino Cofferati, sindaco di Bologna, ed ex segretario della Cgil, ed è tutto dire, in un’intervista al Corriere non ha potuto fare a meno di affermare: «Sono rimasto basito».
Mi chiedo che cosa sia accaduto al ministro per essere arrivato a tanta scomposta e immoderata aggressione ai ceti produttivi con espressioni sconvenienti, anzi sprezzanti. Odio sociale? E perché mai dovrebbe essercene in un grand commis che di certo ha goduto di consistenti onorari e privilegi?
Perdinci, da un ministro tanto importante, dotato di cultura e di collocazione sociale non certo inferiore come aspettarsi espressioni tanto sproporzionate? Non si può dare torto ad Antonio Martino, liberale doc, che nel suo duro intervento alla Camera ha giustamente notato che un serio economista non può permettersi di giudicare, come Padoa-Schioppa ha fatto, le tasse promotrici di sviluppo.
Siamo, ha scritto Maurizio Ferrera sul Corriere, a una Finanziaria «giustiziera», presentata peraltro in Parlamento con toni e parole di esecrazione verso i cittadini, come mai finora era accaduto. Neppure Visco, di cui conosciamo bene la provenienza, avrebbe usato un linguaggio così inopportuno. Come si fa a citare il settimo comandamento e definire ladri contribuenti che cercano di difendersi da chi vuol mettere le mani nelle loro tasche? Non basta citare Aristotele e la Bibbia per autodefinirsi saggi e corretti. Ha ancora ragione il liberale Martino: qui si attenta a una delle libertà più importanti qual è quella che dà al cittadino il diritto di disporre del proprio reddito, frutto di lavoro, ingegno o risparmio, e non di furto. Il Vangelo dice sì: «Date a Cesare quel che è di Cesare», ma Cesare deve anch’esso rispettare il cittadino e non insultarlo, dargli addirittura del rapinatore.
Insomma, diciamolo senza complessi: la violazione del dovere fiscale è sì un peccato, ma le imposte devono essere giuste. È tutt’altro che condannabile protestare contro uno Stato che arriva, tra tasse palesi, mascherate o occulte, a toglierti anche più del 50% del reddito. È d’obbligo citare ancora Cofferati che, nella intervista già richiamata, ha testualmente detto: «Accreditare l’idea che 75mila euro siano la soglia della ricchezza significa accomunare i benestanti a chi percepisce dieci volte tanto. Un errore clamoroso».
Come considerare questa incredibile esibizione parlamentare del nostro ministro? Vittima della sindrome di Stoccolma, circondato com’è da una classe politica di maggioranza decisamente classista? Razionalmente, col rispetto umano che per nostro costume riserviamo a ogni interlocutore, non è spiegabile altrimenti tanto stravolgimento ideologico e politico.
Per finire: nel mio scritto di lunedì scorso avevo rilevato, in compagnia di un parlamentare della sinistra, l’indecoroso comportamento del presidente del Consiglio e di un suo ministro, che sui banchi della Camera sghignazzavano mentre parlavano oratori dell’opposizione sul caso Telecom, augurandomi peraltro che lo spettacolo non si ripetesse al Senato. È giusto che io dia atto che giovedì scorso a Palazzo Madama né il premier né il suo ministro hanno riso. Un buon risultato.