Metodo "Repubblica": fango e giustizialismo sempre a senso unico

D’Avanzo torna in cattedra: vuole impartirci lezioni di deontologia, ma è lui a fabbricare veleni e falsi scoop

Roma - Più che col giornalismo anglosassone, cui ultimamente ama avvicinarsi citando lezioni sul character assassination e sui political hitman (tutti i cronisti di centrodestra), il suo metodo, il metodo D’Avanzo, con la sua aziendina specializzata in inquisizioni e persecuzioni ad personam, pesca dal repertorio del giornalismo giudiziario napoletano di base Pci (suo partito d’origine), quello dei Ruotolo - con cui condivide la fedeltà ai baffoni - e dei Santoro - con cui condivide una stagione nell’ex giornale comunista la Voce della Campania -. È, grosso modo, un metodo da velinari delle Procure, l’uso dell’inchiesta giudiziaria - conosciuta in anteprima grazie alla promiscuità coi pm - come arma di denigrazione e distruzione dell’avversario, ma sempre e solo in un unico senso, con garantismo a piacimento.

La fabbrica di condanne preventive, peraltro, fabbrica frequentemente falsi scoop e clamorosi flop. E prende per buone inchieste farlocche e presunti dossier, come quello inesistente del Giornale - un esperto di giudiziaria dovrebbe capirlo - sulla Marcegaglia, purché faccia gioco all’impianto accusatorio, alla fabbrica di melma contro l’infame nemico berlusconiano. Ne ricorderemo qualcuno, di flop, anche perché D’Avanzo negli anni si è convinto di avere una missione salvifica rispetto al giornalismo italiano, una fissazione che gli fa impartire lezioni di metodo a tutti gli altri, ai «cani» del giornalismo non di sinistra, ovviamente, ma anche agli anti-Cav come Travaglio, da lui ferocemente accusato di parzialità. Da che pulpito, si direbbe.

Il metodo D’Avanzo, in verità, è il più micidiale e insidioso di tutti, perché ha una faziosità più subdola e che si ammanta di una scientificità che non ha. D’Avanzo, che accusa i giornalisti «al servizio del Cavaliere» di spacciare per verità dei «fattoidi», dei «mezzi fatti», delle «dicerie poliziesche», ha una lunga consuetudine con informative e spifferi giudiziari. Ricorderemo qui che nel Natale del 1985 D’Avanzo finì in galera, nel carcere di Carinola, con l’accusa di falsa testimonianza e reticenza. Fu arrestato perché riportò su Repubblica informazioni coperte da segreto istruttorio, notizie provenienti da gole profonde, da fonti non ufficiali, da generici «ambienti investigativi» (così disse) con cui il segugio ha evidentemente dimestichezza.

Ma il metodo D’Avanzo si caratterizza, oltre che nel reperimento di informazioni tramite «ambienti investigativi», nella successiva elucubrazione strumentale sugli stessi. Qui la strada si biforca a seconda di chi sia il protagonista del presunto scandalo. Se è qualcuno della sfera berlusconiana, il problema della sua veridicità non si pone neppure. Anzi, persino una condanna penale può diventare una sciocchezza, un nonnulla da trascurare se serve alla causa, come si scoprì in pieno Noemi-gate. Fu quando venne a galla che l’ex fidanzato-accusatore della ragazza, tale Gino Flaminio, aveva alle spalle una condanna per rapina, a due anni e sei mesi con la condizionale. E che disse il commissario D’Avanzoni, il Mastro lindo delle fedine penali? Che sarebbe stato ingiusto «screditare un ragazzo per la sua unica colpa» di aver fatto una rapina. Anche quando finirono l’amico Di Pietro, con la sua Idv e il figlio Cristiano, dentro un’inchiesta giudiziaria (quella su Mautone a Napoli), D’Avanzo scagionò tutti a prescindere, liquidando la cosa come un «venticello calunnioso», Tonino come uno «sventurato target» che si è comportato con «esemplare correttezza», tutti «innocenti, incappati nelle intercettazioni telefoniche, per farne colpevoli da sbattere sui giornali». Insomma se c’era un colpevole non era da cercare lì, tra i politici intercettati, figuriamoci, semmai in quei mascalzoni del Giornale che avevano scritto dell’inchiesta, e magari in qualche loro amica «barba finta», passione di D’Avanzo.

Lì garantista liberale, D’Avanzo si trasforma invece in persecutore e complottista non appena intraveda la possibilità di tirare in mezzo, anche con notevoli sforzi di fantasia, quell’ossessione chiamata Berlusconi. In quel caso D’Avanzoni vede immancabilmente all’opera «reti occulte», «poteri oscuri» che utilizzano «sicari», «corifei del leader», «bugiardi» prezzolati e «nuove P2». Un linguaggio fumoso e inquietante, da thriller psicotico, che serve benissimo allo scopo: spargere veleni e melma non meglio identificata sul nemico.
Quando si scoprirono le manovre dell’allora viceministro Visco per cambiare i vertici della Gdf in Lombardia, il vicedirettore di Repubblica, invece di indagare su Visco, allarmò la nazione circa «l’agglomerato oscuro che si è andato costituendo all’ombra del governo Berlusconi». Nelle vicende fumose D’Avanzo vede chiarissimo a patto che nell’oscurità si intraveda la figura dell’odiato Cavaliere.

Così nella strana vicenda D’Addario, materia ottima per scandagliare reti e agglomerati oscuri, ogni nebbia si era diradata agli occhi di D’Avanzoni, che aveva senz’altro riconosciuto «il dispositivo di un sistema politico dove la menzogna ha un primato assoluto». Persino nella storia di Marrazzo la teoria di D’Avanzo - poi caduta nel nulla - era che il ricattatore ultimo dovesse, non potesse che essere il nemico di Arcore. Nella fumosissima vicenda Marcegaglia/Giornale, poi, con la strana inchiesta basata su un sms e qualche telefonata, D’Avanzo riesce a prendere per buona la bufala, la panzana di un dossier costruito dal Giornale, per ricamarci su una pagina di paturnie sulla «fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere». Il colpevole è deciso in partenza, ecco il succo del metodo D’Avanzo.
Prolifica fabbrica di veleni e di bufale, la ditta D’Avanzo abbonda anche di insuccessi. Quelli raccontati su questo giornale da Filippo Facci sono numerosi e agghiaccianti.

Le campagne contro il giudice Alberto Di Pisa, «un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia», scrisse nei vari atti d’accusa pubblica: assolto del tutto. Quelle, altrettanto farlocche e devastanti, sul presunto colpevole del delitto Rostagno, randellato da D’Avanzo anche in un libro, salvo poi scoprire che erano tutte balle. Quelle sul giudice Corrado Carnevale, lapidato anche lui in un libro, poi scagionato da tutto, ma dopo una tremenda colata di fango. Ma non importa, la fabbrica è sempre aperta e dà lezioni deontologiche agli altri. Anche se poi si rivela per quel che è: un giornalismo di scorie velenose, un giornalismo D’Avanzo.