Metrò ad alta tensione: viaggia la paura ma i treni restano affollati

In Lombardia la media dei passeggeri oscilla tra 700mila e un milione. E sotto il Vesuvio dicono: i rischi ci sono sempre

Enrico Lagattolla

da Milano

«Sindrome da metrò». Psicologia delle catastrofi, l’etichetta è già pronta. Oltre la Manica, le bombe di Londra. Al di qua, i sotterranei di Roma, Milano e Napoli. Tra angoscia e fatalismo, l’interrogativo è lo stesso: «Capiterà anche a noi?».
Roma, stazione Termini. Quasi una giornata come le altre, quella di ieri. «Nessuna flessione nel numero delle utenze», fanno sapere dall’Azienda traporti della Capitale. Ovvero, i soliti 800mila passeggeri distribuiti su treni, metropolitane, autobus. Patina di preoccupazione e calma apparente, perché «Roma potrebbe essere il prossimo bersaglio», ma «certe abitudini non si possono cambiare». Vox populi del pendolare, al limite dell’indifferenza. «Non cambia niente, prendevo prima la metropolitana, continuerò a prenderla». Barbara I., 29 anni, commessa. «Roma è una città a rischio, c’è il Vaticano. Ma d’altronde, che ci possiamo fare? E poi io non ho la macchina». Dolores G. e la logica dell’appiedato. Comunque, c’è chi si dice «preoccupato», ma confessa di esserlo «da sempre, dai tempi dell’11 settembre».
Napoli, stazione Mergellina. Da Gianturco a Pozzuoli, una parola d’ordine: esorcizzare. «Non ci si pensa, perché altrimenti non viviamo più», e poi «noi saliamo su questa metropolitana decine di volte alla settimana, che dovremmo fare?». Oppure, «Perché dovrebbero mettere una bomba proprio a Napoli, con tutti i posti che ci sono nel mondo?». Benefici da «periferia» del globo, altro modo per scongiurare le paure. Del resto la fiducia nel rafforzamento delle misure di sicurezza è quella che è, quindi «spero che Napoli non sia nel mirino, altrimenti stiamo freschi. Vi sembra che i controlli siano adeguati?». E «se hanno colpito Londra, che ha le stazioni più controllate d’Europa, e Madrid, dove hanno decenni di esperienza con l’Eta, figurarsi cosa potrebbero fare a Napoli».
Milano, stazione Centrale. Nei numeri, un giovedì come gli altri. Banchine piene, convogli che arrivano, gente che scende, altrettanta ne sale. La solita media di passeggeri, tra settecentomila e un milione. L’Azienda trasporti conferma. Ancora nessuna comunicazione ufficiale ai propri dipendenti, ma «ci sono molti operatori di gestione di Atm - dice un controllore - che sono in azione e girano nelle metropolitane per verificare che non ci siano pacchi abbandonati e persone strane in giro».
Sarà, ma «con quello che è appena successo non si vedono controlli nei tunnel e la gente non si sente protetta». E poi «io il metrò lo prendo sempre e non sono mai stato perquisito. Ogni tanto si vede qualche poliziotto, ma se si vuole, si porta in metropolitana anche un carro armato». Stazione Palestro, due voci raccolte a breve distanza.
Il fatto è che a Milano è un po’ diverso, c’è un precedente che ha lasciato una traccia: 11 maggio 2002, fermata Duomo della linea 1. Un uomo dà fuoco a una bombola di gas che provoca fumo, un principio di intossicazione e spavento. Pochi passi più in là, un lenzuolo e quelle scritte inneggianti ad Allah e alla causa islamica. Un’azione «di basso profilo», si disse, un musulmano «fanatico e solitario».
Ma tant’è, qualcuno ricorda l’episodio, nelle gallerie della metropoli l’ansia si misura col pessimismo. «Prima o poi capiterà anche a noi». Il signor S. esce turbato dalla stazione Turati: «Questi sono fanatici, certo che ho paura, però dovrò pure andarare a lavorare e, se avessi potuto, i mezzi non li avrei presi, invece sono qui. Cos’altro dovevo fare?».
Valga la scena che segue. Stazione Cordusio, dialogo tra il gestore di un bar nel mezzanino e un’anziana signora davanti al caffè. Lui: «Stamattina non si parlava d’altro, non se lo aspettava nessuno, c’è spavento e angoscia, in molti mi dicono che volentieri eviterebbero di salire in metrò». Lei, posando la tazzina: «Guardi, prendo ancora questo treno e poi lascio Milano, perché domani vado in vacanza. Non succederà nulla, ma non si sa mai».