Metro C, un progetto nato già vecchio

Un ricorso «scottante» quello presentato da Italia nostra al Tar nel 2005 contro la delibera 65/2003 del Cipe che diede il via libera all’inizio dei lavori della Metro C . Specie perché - come anticipato sabato scorso - la onlus è ancora in attesa che il Tribunale amministrativo regionale emetta il relativo giudizio di merito. Ma sono le motivazioni del primo ricorso - presentate il 29 dicembre 2003 - a far riemergere un’interessante ricostruzione dell’intera vicenda di questa fondamentale opera per la mobilità cittadina.
La storia della linea C comincia nel ’93, quando il presidente del Cesia (ora consigliere di Italia nostra), Antonio Tamburrino, redige per il Centro nazionale ricerche uno studio per la realizzazione di una metro che si poneva come obiettivo l’eliminazione del traffico veicolare, pubblico e privato, all’interno delle Mura Aureliane. Nel 1994 la soluzione ad «automazione integrale» del Cnr viene sviluppata dall’ufficio del Governo per Roma Capitale attraverso l’istituzione di una commissione interministeriale. La giunta guidata da Francesco Rutelli viene invitata a trarne un progetto organico ma - continua il documento - «gli ingegneri ferroviari (all’epoca l’intera mobilità cittadina era stata affidata alle Fs) elaborarono un progetto marcatamente ferroviario, ciclopico ed arcaico» basato sulla vecchia tecnologia manuale pesante già in uso sulle linee A e B.
Nel ’95 il governo Dini stanzia 3.500 miliardi di lire in vista del Giubileo del 2000 per le grandi infrastrutture, tra cui la Metro C. Il Campidoglio «presenta la sua versione progettuale che, ben presto, si rivela non fattibile». Quindi il governo, d’accordo con Comune, Provincia, Regione e Santa Sede, incarica Tamburrino di sviluppare la proposta originaria del Cnr, a totale automazione integrale. Nel ’95 arriva l’approvazione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Il governo comunica al Campidoglio che il piano e i finanziamenti sono disponibili, dando il via libera per la gara d’appalto. Ma «il Comune - si legge ancora - senza alcuna motivazione ufficiale decide di non realizzare il progetto» e di rinunciare ai fondi statali, facendo così sfumare l’«occasione giubilare». Il resto è storia recente: nel dicembre 2001 il governo Berlusconi inserisce la C nell’elenco delle grandi opere da realizzare attraverso la legge Obiettivo. Ma la proposta presentata dalla giunta Veltroni non è quella del Cnr ma quella originaria e tecnologicamente obsoleta, definita «Modello Roma», che infatti verrà modificata dalla delibera Cipe di agosto 2003.
Per tornare all’attualità, va segnalato un commento caustico sul blog «Il mondo dei treni» circa l’ipotesi - avanzata sabato su un altro quotidiano dal direttore regionale per i Beni Culturali, Luciano Marchetti - di spostare l’uscita della stazione «Venezia» nel giardinetto vicino alle Generali e di eliminare la fermata «Argentina»: «Forse dovremmo organizzarci e fare una petizione per salvarla».