Metro A: la verità nelle scatole nere

Marzio Fianese

Novanta giorni per sapere la verità sulle cause dell’incidente al metrò di Roma. Dal primo dicembre la commissione tecnica nominata ufficialmente ieri dal pubblico ministero della Procura capitolina, Elisabetta Ceniccola, lavorerà per decifrare i dati contenuti nelle scatole nere e nei cronotachigrafi dei due treni Caf (i nuovi modelli di fabbricazione spagnola) che la mattina del 17 ottobre si scontrarono in galleria alla fermata «Vittorio Emanuele». Una verità - almeno quella tecnico-giudiziaria - che dovrà chiarire come mai il mezzo condotto da Angelo Tomei e diretto verso Battistini, non si sia arrestato dietro all’altro convoglio fermo in bachina: un impatto tremendo che costò la vita a una giovane ricercatrice di Frosinone, Alessandra Lisi, trentenne, e che provocò centinaia di feriti. Ora i computer di bordo, i rilevamenti delle centrali operative, lo scambio di informazioni tra queste e i macchinisti in cabina, saranno passate al vaglio dal professore Giorgio Diana, docente di ingegneria dei trasporti al Politecnico di Milano. Il conferimento dell’incarico è avvenuto davanti a un centinaio di persone, una parte dei 476 passeggeri della metro ammessi come parti offese. Ognuno di loro potrà nominare un consulente che prenda parte ai cosiddetti accertamenti «irripetibili». Così, ieri, già dal primo pomeriggio una piccola folla di persone e avvocati, si è radunata nel palazzo di Giustizia di Roma, davanti all’aula Occorsio scelta per l’occasione come una sorta di ufficio distaccato della Ceniccola. Molti, come Aldo, 32 anni, procuratore legale, portano ancora i segni del terribile schianto, un braccio immobilizzato da un tutore. Una ragazza arriva su una sedia a rotelle, spinta dal marito. «Da quel giorno - racconta Ada, 42 anni - non ho più preso la metro, sono rimasta scioccata da quel che è successo». La battaglia legale per i risarcimenti (sembra che qualcuno abbia già accettato una proposta di compenso extragiudiziale) poggerà anche sul danno psicologico: passeggeri che sostengono, e lo hanno fatto già ieri, di non poter prendere più la metro a causa del grave choc subito e che quindi pagano un danno materiale per gli spostamenti costretti ora a fare in superficie, in auto o in bus, con presunti disagi che si ripercuoterebbero sul lavoro.
Intanto, è bagarre sul numero delle parti offese, 427 (un centinaio hanno delegato a rappresentarli il Codacons, gratuitamente). Secondo i legali di Met. Ro. il numero dei refertati sarebbe stato originariamente di poco superiore ai cento. Insomma molte persone si sarebbero recate al pronto soccorso (c’è un tempo limite di cinque giorni) non nell’immediatezza dell’incidente. Polemico anche il difensore di Tomei, finora l’unico indagato con l’accusa di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni gravissime. Secondo il difensore, infatti, l’avvocato Giorgio Robiony, che ha nominato l’ingegner Domenico Pellegrino di Trenitalia come consulente di parte, «l’affidamento della perizia, per quello che ho ascoltato in aula, è solo parziale perché non riguarda, oltre alle scatole nere, i sistemi di rilevamento delle centrali, quelli acustici e quelli semaforici». Inoltre, secondo Robiony, la scelta di non ammettere Met.Ro, Atac e la Caf, la società spagnola che costruisce i nuovi convogli, «potrebbe dilatare infinitamente dal punto di vista procedurale la vicenda giudiziaria». Insomma in presenza di responsabilità che potranno emergere dalla perizia, a carico di potenziali altri indagati, come Met.Ro, Atac o Caf, sarebbe stato il caso di consentire la nomina di consulenti per assistere agli atti irripetibili, appunto. Pena l’inutilizzabilità di future eventuali conclusioni in sede dibattimentale.