Una metropoli che corre ma non più in bici

(...) che andrebbe definito culturale, se non suonasse un po’ vago e abusato. Si è parlato di immagine, sponsor, timori che l’addio del Giro si ripercuota poi sulla possibilità di avere le Olimpiadi: ma nessuno, finora, che abbia parlato di semplicissimo dolore emotivo. Lo stesso che sentiremmo sbandierare se si ventilasse il pericolo di giocare il derby, tanto per dire, a Piacenza. Eppure il punto da chiarire è proprio questo: ma il Giro c’entra ancora qualcosa con Milano? Bisogna essere franchi. Trenta a quarant’anni fa, il ciclismo e i suoi campioni erano familiari ai milanesi. Questa città, già metropoli, conservava ancora la sua anima popolare, legatissima a discipline di taglio nobilmente popolare. È ancora così? La sensazione netta è che sia come tutte le altre metropoli d’Italia, cioè come Roma, Napoli, Palermo o Bari: in questi luoghi, la bicicletta è sempre più estranea e sconosciuta.
Guardiamoci in giro: il costume è cambiato. Milano adesso si compiace dell’alta moda, della finanza elegante, degli hobby emergenti. Ha in testa happy-hour e grandi sfilate. Quanto allo sport, è sentimentalmente più legata al golf. In un certo senso, persino alla vela, anche se non ha il mare. E il ciclismo? Il ciclismo, come in tutte le grandi città, è solo passato. Persino i pochi milanesi che ancora dicono di amarlo sono fermi a Coppi e Bartali. Al massimo, si spingono a Saronni e Moser. Ma di Petacchi e di Cunego, quasi nessuno sa nulla. Nei bar di quartiere esiste solo il calcio. Nei bar del centro si prepara il fine settimana a Courmayeur.
Logico allora che Milano non avverta più palpitazioni, per il Giro d’Italia. Lo dimostra la domenica della tappa finale: è vero, ci sono due-trecentomila persone. Ma vengono tutte da fuori, dalla Brianza o dal Bergamasco, dal Bresciano o dal Piacentino. Vengono da dove il ciclismo è ancora amato, sentito, vissuto. Per capire di che si parla, gli amministratori comunali di Milano dovrebbero fare un salto, a maggio, per vedere che cosa sia il Giro sulle Dolomiti. O nei borghi del Centro Italia. O nei villaggi del Sud. O nella provincia del Nord. Cittadine e vallate si fermano festose per accogliere quello che ancora, lì, è considerato un evento. Cosa che a Milano - parlando dei milanesi - non avviene più. Come a Roma, come a Napoli. Perché nelle grandi città l’Italia è cambiata. Hanno altro per la testa, hanno perso il contatto e i legami con il mondo semplice della bicicletta. Non è una colpa: è una constatazione. Guarda caso, laddove ci sono centri metropolitani attraversati da manager e avvocati che pedalano in cravatta, si parla di nuova tendenza, non di vecchia passione. E difatti la bicicletta non si chiama più così: per distinguerla dal suo passato, la chiamano city-bike.
Allora, il Giro ha ancora un senso a Milano? Prima di pensare a come trovare un grosso sponsor, o a quale concerto serale abbinare, o a quanti vigili scatenare perché gli organizzatori non piantino più il muso, il Comune dovrebbe prima risolvere questo dilemma. In questa città, che magari si sbatte per allestire il beach-volley (l’atavico legame di Milano con il beach-volley è notorio), in questa città il Giro resta di casa, oppure è diventato un corpo estraneo? Chiarito tutto questo, il resto viene da solo. Le idee non sono un problema. Tanto per dire: alla fine del Tour, tutti i corridori arrivati sino a Parigi sfilano nel dopocorsa sui Campi Elisi, a passo d’uomo, davanti alla folla di mamme e bambini che li applaudono come eroi moderni. Torno al punto: se il Giro è una scocciatura mal sopportata, non si vede l’ora di smontare le transenne. Se il Giro è gradito, si può fare come a Parigi. Quando uno spettacolo è sentito, non si vorrebbe vederlo finire mai.