«Mettete al bando i sacchetti di plastica»

Negoziante di via Trento invita i colleghi ad abolire i contenitori non degradabili

Grande scoperta: la plastica inquina, i famigerati sacchetti-contenitori della spesa sono indistruttibili e mettono seriamente a rischio l’ambiente e la salute della popolazione. A sentenziare così non è il solito, catastrofico (e un po’ menagramo) rapporto degli ecologisti, ma la voce di un noto pollivendolo genovese, Piero della «Boutique del Pollo» in via Trento 3 rosso: un esercizio molto apprezzato dalla clientela per la fragranza dei prodotti, uova comprese. Ebbene, da qualche tempo Piero ha messo al bando nel suo negozio i sacchetti di plastica dei quali aveva sempre usato e apprezzato la praticità e la convenienza.
«Ma è venuto il momento di dire basta» tuona il neo-convertito alla causa ambientalista. E spiega: «Nella mia attività, in media, c’era un consumo mensile di dieci chili circa di sacchetti. Moltiplicati per dodici mesi e, soprattutto, per i commercianti che ricorrono a questo tipo di contenitori (quasi tutti), fanno tante tonnellate e tonnellate di sacchetti non degradabili». Per questo l’uomo dei polli ha messo in bella mostra, all’ingresso dell’esercizio, un cartello con la scritta: «In questo negozio, stop ai sacchetti di plastica!». Sperando di fare proseliti: «Invito i gestori - dichiara infatti con encomiabile candore - ad associarsi a questa iniziativa. Ognuno di noi ha dentro di sé dei buoni propositi, nel rispetto della natura. A volte però manca la spinta iniziale e la continuità a percorrere questa strada».
Ecco perché la spinta iniziale ha voluto, fortissimamente voluto darla lui, Piero. Risultato: «I clienti mi stanno dando ragione, anzi, hanno dimostrato totale partecipazione a questa mia iniziativa». Il pollivendolo ammette che «sì, all’inizio c’è stata qualche perplessità, e io stesso ero alquanto pessimista, nel momento in cui ho detto che, da lì in avanti, non avrei più messo il pennuto nel sacchetto».
Meglio fuori, il pennuto, che diamine! O, se è il caso, anche in mano. Naturalmente a seconda delle dimensioni. E sì, perché se ci fosse da portare in giro anche qualcos’altro, le mani non basterebbero: il negoziante ambientalista nega il sacchetto di plastica, ma non specifica se fornisce in alternativa alla clientela un contenitore di carta, oppure un cestino, o magari un cestone di quelli che portano in testa certe donne del Burundi o del Togo, miracolosamente, senza farlo precipitare per terra neanche se incrociano una vipera o la ministra Livia Turco. I clienti, insomma, devono arrangiarsi. O almeno portarsi a casa un pollo per volta. Senza uova: i maligni giurano che le avranno già tirate tutte a chi ha partorito certe idee.