Mettiamo il casco a Napoli contro l’arte di arrangiarsi

«Lei che lavora fa?» gli chiesi. E lui: «Il malato di mente».
Questo breve dialogo si legge ne Il mare non bagna Napoli, di Anna Maria Ortese, e potrebbe introdurci alla cosiddetta «arte di arrangiarsi» napoletana, cioè agli espedienti cui ricorrono molti miei concittadini per tirare avanti. Si tratta per lo più di mezzi (mezzucci) illeciti per portare a casa la pagnotta, e potrei elencarne a decine: si va dal dipingere gli occhi del pesce per farlo sembrare più fresco, al rifilare lo scartiloffio (pacco inganno) allo sprovveduto turista (non per niente Boccaccio ambientò a Napoli la novella di Andreuccio da Perugia), dal vendere al milanese ignaro una copia usata del Corriere della Sera (nella Stazione Centrale c’è una signora che stira - sì, stira proprio col ferro - il quotidiano lasciato sul sedile del treno, per poi rivenderlo a prezzo «stracciato») al fingersi cliente entusiasta di un ristorante per attirare avventori. All’arte di arrangiarsi napoletana si ispirò anche De Sica per uno degli episodi di Ieri, oggi e domani. Egli rappresentò la storia di tale Concetta Muccardo (Sophia Loren sulla scena), di professione contrabbandiera, che per evitare la galera, sfornava figli a ripetizione (ne partorì diciannove!).
Tuttavia, un conto è uscire da casa per «inventarsi» la giornata, un altro è infischiarsene delle leggi, godendo ottima salute e magari potendosi permettere ostriche e champagne. L’ultima trovata è il fingersi depresso o stressato per non indossare il casco sulle motociclette. Alcuni giudici di pace napoletani hanno annullato le multe elevate a giovani centauri, sorpresi a guidare senza copricapo, perché questi avevano esibito certificati medici che attestavano disturbi psicologici. Mal di testa, senso di soffocamento, umor nero, pessimismi leopardiani, si accentuerebbero con turbanti, sombreri, cappelli da bersaglieri, colbacchi, berretti da notte e soprattutto con caschi per motociclisti.
Sul calendario della Polizia 2003, è segnata questa frase: «Gli italiani vogliono una Polizia più efficiente, fin quando non li ferma la Stradale». In questo caso, le giustificazioni davvero si sprecano. «Come mai non indossava la cintura?»: ho mangiato troppo; sono incinta; sono stato appena operato. «Come mai non indossa il casco?»: mi fa prudere la testa; ho appena messo il gel; ho le orecchie a sventola. «Perché andava così veloce?»: mi scoppia la vescica. «Lo sa che è vietato l’uso del cellulare senza viva voce, durante la marcia?»: ma io ascoltavo soltanto... Queste ed altre scuse sono state raccolte in un volumetto a cura di Barbara Bonanni, poliziotta.
Tornando a Napoli: tutto il lavoro svolto per convincere i motociclisti ad indossare il casco, rischia di essere vanificato per la faccia tosta di molti centauri, la complicità di molti medici, e soprattutto l’ingenuità di alcuni giudici di pace. È dal 470 a.C., anno della sua fondazione, che Napoli non indossa il casco, glielo vogliamo ficcare di forza, a rischio di sfondarle il cranio?
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