Mettiamoci in «ascolto» che intanto gli altri ci fregano

Quando ho sentito la moglie di un occasionale conoscente (siamo ospiti dello stesso albergo in Val Gardena) pronunciare: «Io m'impegno molto nel sociale e sono aperta al dialogo» ho subito pensato a lei, caro dottor Granzotto. Essendo suo lettore so quanto detesta l'abuso indiscriminato di «impegno nel sociale» e di «dialogo»: dunque, mi sono detto, figuriamoci quando le due cose sono unite. Non sto a precisarle che la signora, per altri versi assai simpatica, ha usato quella espressione per qualificarsi come progressista, ma le dirò la reazione di mia moglie: secondo lei una donna che rivolgendosi ad un uomo, afferma di impegnarsi nel sociale e di essere aperta al dialogo, vuole solo adescarlo. Vuole fargli capire, in poche parole, di essere disponibile. Potrebbe essere un'interpretazione corretta?


Politicamente corretta no di certo. Ma in senso generale, perché no? Cavalcando l'onda del «sociale» e del «dialogo» ci si può ritrovare su qualsiasi spiaggia, anche quella che intende sua moglie, caro lettore. È opinione diffusa che il dialogo e l'impegno nel sociale siano sinonimi, oltre che «de sinistra», di legittimo, giusto, onesto, irreprensibile e virtuoso. Che faccia spuntare l'aureola sulla cucuzza di chi si dichiara praticante dell'una e dell'altra bubbola. Come se il dialogo non possa finire a rissa. Come se l'impegno nel sociale non possa finire in truffa (il caso più recente: l'Organizzazione per la Partecipazione e lo Sviluppo, una Ong impegnata nell'intervento umanitario in Etiopia e Angola e che riceveva contributi per 5 milioni dalla Farnesina e dalla Commissione europea - fessa l'una, fessa l'altra e fessi noi contribuenti - se l'è dovuta vedere con la giustizia, causa malversazione e truffa. Circa due milioni, che sono sempre quattro miliardi e passa di lire, erano finiti non nel dindarolo dei poveri bimbi angolani o etiopi, ma nei portafogli del vertice della Ong).
Ciononostante o forse proprio per questo l'impegno nel sociale va ancora molto forte. Tira da pazzi. Chi incomincia a scricchiolare è il dialogo. La parte più modaiola della società civile lo sta abbandonando per l'«ascolto». Porsi, mettersi «in ascolto» sta diventando tremendamente «di tendenza» e creda a me, caro lettore, avremo una stagione autunno-inverno tutta orecchi. Già, perché sotto sotto il dialogo nasconde un alcunché di presuntuoso, un cicinin di arroganza. Dialogare significa porsi sullo stesso piano dell'interlocutore. E chi saremo mai, noi, da crederci pari ad un nativo del Terzo mondo che è già peccato dirlo perché bisogna dire Paesi in via di sviluppo? O pari ad un fedele di Allah che prega cinque volte al giorno e noi nisba? Che se tira le bombe vabbé, che sarà mai, avrà le sue buone ragioni? Pertanto stop al dialogo: tutti zitti e tutti in ascolto delle ragioni, delle pretese e delle esigenze dell'extracomunitario e della vittima della società, del bombarolo e del topo di appartamenti, del drogato e del matricida. Che nulla hanno da imparare ma tanto da insegnare a noi poveri figli della decadente, della ripugnante civiltà occidentale.