«Metto in scena la vecchia Napoli»

La napoletanità di Eduardo De Filippo, che col suo teatro sempre attuale, vivo e realista, è stato rappresentante di un'autentica tradizione artistica, si rinnova nel pieno della sua espressività con un altro grande interprete dalla forte vocazione di attore comico e grottesco. Fu grazie a queste sue doti che Carlo Giuffré nel lontano 1949 calcò il palcoscenico al fianco di Eduardo; proprio in omaggio al suo mentore e grande amico, Giuffré, sulla scena del Teatro Manzoni fino al 1 marzo, sarà l'interprete e nel contempo il magistrale regista del capolavoro del 1960 «Il Sindaco del Rione Sanità». «Le voci di dentro» «Napoli milionaria», senza tralasciare le commedie «Non ti pago» e la celebre «Natale in casa Cupiello» sono solo alcune delle tappe del ricco repertorio artistico dell'ottantenne Giuffré, che oltre a consacrare la sua arte al palcoscenico si è concesso anche a interpretazioni cinematografiche e a fiction televisive. Giunto al secondo anno di repliche, dopo essere stato premiato con il Biglietto d'Oro nella stagione 2007-2008, «Il Sindaco del Rione Sanità» porta in scena uno specchio delicato nel suo realismo della Napoli degli anni Sessanta. Nei panni del protagonista Antonio Barracano, Giuffrè racconta al pubblico di certe logiche sociali che non esistono più.
Com'è la Napoli che presenta sulla scena?
«È la città partenopea che esisteva 50 anni fa, quella anticamorra, antigomorra, senza faide, senza vendette. Allora si poteva camminare nei quartieri, non c'erano violenze, né scippi. Ricordo che amici come Orsini e Mauri mi raccontavano di essersi attardati passeggiando nei quartieri spagnoli: oggi non è più possibile. Allora il massimo della trasgressione erano i mariuoli, o i contrabbandieri di sigarette».
Un omaggio, dunque, alla Napoli che non c'è più?
«Sì, ma con la speranza che possa ritornare il mondo di una volta».
Chi è il sindaco del Rione Sanità?
«Antonio Barracano è il protagonista di questa commedia che Eduardo ha scritto ispirandosi a Campolungo, l'allora capoquartiere. Un tempo le zone di Napoli erano controllate da questi "sindaci" o meglio protettori che garantivano la quiete e la sicurezza. Campolungo era un aristocratico, amico di Eduardo che ebbi la fortuna di conoscere nel '54. Ci invitò a casa sua ad una festa e disse che se avessimo avuto dei problemi, avrebbe intercesso per risolverli. Quando capitò che a un nostro amico sparì il borsello, l'oggetto del furto venne ritrovato in un batter d'occhio. Posillipo, Chiaia, Vicaria, Sanità: una volta regnava l'ordine ovunque e si poteva godere della bellezza di certe zone pittoresche».
Qual è il ricordo più bello che ha della sua esperienza con Eduardo?
«Ormai i ricordi sono sfumati: ne è rimasta l'essenza. Ho vissuto con lui per tre anni e poi grazie all'esperienza decennale con la Compagnia Dei Giovani ho potuto arricchirmi stilisticamente. Ecco perché oggi posso recitare tutto, anche se da trent'anni difendo e porto avanti la tradizione teatrale italiana rappresentata da Goldoni, da Pirandello e infine da Eduardo. Perché dobbiamo parlare di "Re Lear"? Che ce ne importa a noi italiani delle vicende inglesi e della storia britannica? È un teatro che non ci appartiene. Raccontiamo, invece, i fatti nostri: solo così riusciremo ad incuriosire e appassionare la platea».