La mezza satira della Mezzaluna L’islam che non sa sorridere di sé

La vita difficile della comicità nei Paesi arabi.
Un saggio tenta di svelare il lato autoironico del mondo musulmano. Ma
l’umorismo è accettato solo se "fatto in casa". Se ci prova
l’Occidente... Le provocazioni più ardite viaggiano in Rete, soprattutto in Egitto

Ridere, ridono da sempre, arabi e persiani. Barzellette e storielle comiche, persino scurrili, vengono intercettate con facilità dal viaggiatore che frequenti il Medio Oriente. Piuttosto è la satira ad avere vita difficile. Tuttavia qualcosa si muove. Lo si capisce leggendo Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli (Carocci, pagg. 196, euro 18). Innanzitutto questa raccolta di saggi è un’ottima fonte di barzellette, alcune illustrate. Per chi, poi, ha un’idea dell’Islam imbevuta di shari’a, fustigazioni di adultere, impiccagioni di eretici, barbe talebane, sederi al vento e teste prone verso la Mecca, clima spirituale di tipo sovietico e stupidi immensi deserti punteggiati da centri commerciali con aria condizionata gelida, leggere e ridere di queste storielle può essere una rivelazione: vi si ritrova, infatti, un Islam cosmopolita, quotidiano, interiormente fragile e molto vicino all’Occidente nelle ossessioni sessuali, coniugali, economiche messe alla berlina in barzellette che soltanto alcuni dettagli «di costume» differenziano dalle nostre.

Come si diceva, le cose stanno però in diverso modo quando dalla comicità tout court ci si sposta sulla satira. Sappiamo che arabi e musulmani la sopportano malvolentieri: quando nel 2005 il giornale danese Jylland Posten pubblicò una dozzina di vignette con Maometto «terrorista», poi riprese anche da altre testate straniere, ci furono svariati attacchi a consolati e ambasciate danesi del mondo islamico. Fuor dalla satira, invece, l’anno prima era stato ucciso il regista olandese Theo van Gogh per il suo film denuncia della condizione della donna islamica, Submission. In entrambi questi casi si trattò di satira o di critica scaturita - geograficamente e politicamente - dall’Occidente.

La satira scritta o disegnata da arabi, invece, sebbene si tratti spesso di fuoriusciti laici residenti nel mondo anglosassone, pare essere in una certa misura tollerata. Di sicuro gode di grande successo mediatico e siamo certi che nella prossima edizione de Il sorriso della mezzaluna ci saranno parecchi nuovi capitoli su di essa. La pachistana Shazia Mirza, a esempio, non le manda a dire all’Islam e si prende gioco della sessualità dei musulmani quanto della «passione nucleare» degli iraniani: è ormai famosa in tutto l’Occidente. Su Youtube possiamo poi trovare i cartoni animati della serie Kharabeesh, dove nessun leader arabo viene risparmiato: si vedono Mubarak e Ben Ali vocalizzare sulle note di Britney Spears o Gheddafi ballare il «zenga-zenga» in un night.

All’interno di Tash ma Tash (Saudi Channel 1, durante il ramadan trasmesso solo dopo il tramonto) è invece andata in onda una puntata di Irhab Academy, l’Accademia del Terrore, specie di programma-competizione per sapere se si possiede l’X-Factor per diventare un terrorista di successo (primo premio, una cintura esplosiva). Era troppo: gli imam, questa volta, hanno scagliato la fatwa contro l’autore.

Ma la satira del mondo arabo da parte di autori arabi pare inarrestabile soprattutto sul web. Il sito egiziano Al Koshary Today riporta notizie false ma spassosissime, dalla valenza politica: che dire dell’agenzia che segnala Yoda, il maestro di Guerre Stellari, come appena reclutato nel ruolo di advisor al Consiglio Supremo delle Forze Armate? O di quella su un’associazione di consumatori egiziani che garantisce un risarcimento economico nel caso si scopra che la propria moglie non era vergine al momento delle nozze? O ancora della notizia che finalmente l’Arabia Saudita permetterà alle donne di guidare (le biciclette)? È anche vero che la satira egiziana ha una storia ragguardevole, fin dall’epoca di Yaqùb Sanùa, che nel 1877 fondò la rivista Abu Naddàra Zarqa («Quello con gli occhiali azzurri»), e di Abdallah Nadìm che, nel 1881 creò Tankìt wa tabkìt («Ironia e biasimo»). Il primo fu espulso dall’Egitto nel 1878 per aver messo alla berlina il corrotto kedivè Ismail, il secondo partecipò alla sanguinosa rivolta del 1882 contro gli inglesi.

Ma pure nel resto del mondo arabo (e in quello persiano), negli ultimi anni la satira si è fatta spumeggiante, per diventare, paradossalmente negli Stati Uniti, un vero brand di comicità televisiva. Basti pensare all’attrice Maysoon Zahid, nata nel New Jersey nel ’74, ormai una delle più celebri entertainer del piccolo schermo. Previsto il tutto esaurito anche per l’ottava edizione - a settembre - del New York Arab-American Comedy Festival. Nato a ridosso dell’attacco alle Torri Gemelle per rimediare all’immagine sbagliata che i media occidentali fornivano degli arabi, proietta lungometraggi e permette a comici arabo-americani di recitare i propri sketch, nella miglior tradizione del cabaret yankee.

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