MEZZI ANNUNCI E TANTE BUGIE

Cresce, ormai, come un’onda anomala il tormentone della legge finanziaria. Tommaso Padoa-Schioppa in questi giorni ha più volte ribadito che ogni maggiore spesa va finanziata con eguali risparmi. Dal momento che ad oggi ammontano a circa 21 miliardi le nuove spese già sottoscritte dal governo ma non ancora finanziate, dovremo presumere che il governo si appresti a fare tagli di spesa per 21 miliardi di euro e cioè 1,4 punti di Pil. Non sappiamo se questa è una bugia di chi sa di finanza pubblica o è una testimonianza di una sconcertante ignoranza.
In un solo anno risparmi di questa dimensione sono tecnicamente impossibili a meno che non si accompagnano a nuovi prelievi. Ma il governo si è impegnato a non farli. Tutti sanno, inoltre, che il tempo che intercorre tra una norma di risparmio e l’effettiva realizzazione dello stesso è, nella migliore delle ipotesi, di molti mesi. Il che vorrebbe dire che per risparmiare 21 miliardi di euro nell’anno 2008 dovremo avere tagli per almeno 30 miliardi, cioè 2 punti di Pil. Una vera e propria balla. Da Padoa-Schioppa a Veltroni la musica non cambia. Il sindaco di Roma ha messo al primo posto la riduzione del debito e del disavanzo annuale e al secondo posto la riduzione della pressione fiscale. Ma con quali strumenti si conciliano questi due propositi? Mistero, anche perché Veltroni sembra ignorare l’obiettivo di una maggiore crescita strumento fondamentale per ridurre il rapporto deficit-Pil e la stessa pressione fiscale.
Basta ricordare che un punto in più di crescita dell’economia reale, a parità di spesa, ridurrebbe di 0,4 punti il rapporto deficit-Pil ottenendo in quattro-cinque anni il pareggio di bilancio o, in alternativa, darebbe 6 miliardi di euro per ridurre le tasse su famiglie e imprese. Naturalmente parlare di una maggiore crescita è facile, garantirla è più difficile come dimostra il rallentamento dell’economia in questi mesi. Più che i consumi andrebbe sostenuta, nel breve periodo, una forte domanda di investimenti pubblici e privati capaci di garantire uno start-up della nostra economia e nel medio periodo una nuova politica dell’offerta fatta di innovazione, ricerca e formazione per recuperare quella competitività perduta. Per fare tutto ciò occorrono però risorse che non ci sono nel bilancio dello Stato. L’unica soluzione che da tempo sollecitiamo è uno spin-off immobiliare del patrimonio dello Stato che non ha nulla a che fare con la vendita delle case iniziata alla fine degli anni Novanta e men che meno con la messa a reddito di cui parla Veltroni di immobili statali come caserme o altri edifici pubblici dismessi.
Questi strumenti, infatti, pur se giusti danno poco gettito e richiedono tempi lunghissimi. L’operazione da fare è tutta un’altra. Tanto per fare un esempio la vendita di 100 palazzi di 100mila metri quadrati cadauno locati dalla pubblica amministrazione consentirebbe di avere rapidamente nel mercato 30 miliardi di euro calcolando appena 3mila euro al metro quadro. Si potrebbe così investire nell’economia reale almeno 25 miliardi di euro in due anni finanziando quelle spese in conto capitale (Ferrovie, Anas, Poste, Enav) cifrate dal governo in 10 miliardi di euro per ogni anno oltre che agevolare fiscalmente investimenti privati, innovazione e ricerca nel mentre si avvia una più credibile riduzione della spesa pubblica. Nella seconda metà degli anni Novanta abbiamo venduto senza batter ciglio aziende pubbliche per 150 miliardi di euro con risultati pessimi. Potremo, ora, pur vendere 100 palazzi in due anni per ridare all’Italia un orizzonte di sviluppo utilizzando, naturalmente, in maniera diversa queste risorse straordinarie. Vedremo nelle prossime settimane chi ha cultura di governo e chi blatera, invece, cose irrealizzabili.