Mezzo diritto

Abbiamo già detto altre volte che non va assolutamente bene la forma di sciopero selvaggio adottata dai tassisti perché lesiva del diritto dei cittadini a muoversi. Abbiamo anche detto che molte sono le disfunzioni del servizio dei taxi in Italia e sotto vari aspetti. Abbiamo già anche ricordato, diverse volte e su questo giornale, che ci può essere stata, soprattutto nel passato, qualche chiusura corporativa di una categoria che ha avuto paura ad aggiornarsi.
Detto tutto questo, dobbiamo vedere qual è il punto vero per il quale non possiamo non rilevare qualche ragione profonda da parte dei tassisti nella loro protesta. Ultima proposta del governo che ha detto dall’inizio che non si trattava, salvo calare le braghe più di una volta, è la seguente: per ogni licenza due taxi. Sarebbe come dire ad un macellaio, ad un panettiere o a un fruttivendolo che per decreto a partire da una determinata data lui manterrebbe la stessa licenza ma con l’obbligo di aprire due negozi. Questo, in soldoni, cosa vuol dire? Dimezzare un patrimonio. Perché? Perché la stessa persona che ha il primo negozio, salvo casi miracolosi di sdoppiamento del soggetto, non potrebbe essere presente in un negozio e nell’altro. Così come il tassista difficilmente potrebbe guidare i due taxi, salvo che inventino una specie di taxi a tandem dove guidando una parte si guida anche l’altra.
Ora qui non abbiamo a che fare con qualcosa di marginale o di secondario. Abbiamo a che fare con un diritto fondamentale che è quello alla proprietà. Ovviamente non interesserà a nessuno di quelli che attualmente discutono, ma può essere interessante ricordare che un tale filosofo inglese del Seicento, di nome John Locke, sosteneva che assieme al diritto di libertà quello di proprietà è uno dei due diritti fondamentali della persona. Infatti, attraverso la proprietà, la persona è come estendesse la propria individualità alle cose possedute e questa estensione avviene, nel maggior numero dei casi, attraverso una vita di lavoro, di impegno e talora di sacrifici.
Allora si doveva mantenere tutto così com’è? Assolutamente no, ma si poteva procedere diversamente: semplificando la regolamentazione esistente, ponendo in essere misure che in qualche modo tutelassero il diritto di proprietà acquisito, procedendo alla liberalizzazione ma con la gradualità che consente - in questi casi - di adeguarsi alla nuova configurazione del mercato.
Questo è uno dei casi in cui sarebbe occorso, come amano dire i sindacalisti, concertare i tempi e le modalità della liberalizzazione. Anche perché per cinque anni ci hanno letteralmente rotto l’anima dicendo che il Paese era diviso, che bisognava riconquistare la pace sociale e che era necessario ritornare alla concertazione. Abbiamo avuto anche una specie di papa laico della concertazione che è stato il nostro bene amato presidente della Repubblica per sette lunghi anni, Carlo Azeglio Ciampi. Ogni due per tre ci ricordava che il metodo giusto di governo (scrisse anche un libro intitolato così) era la concertazione. Ora ci troviamo con un governo da lui votato che ci dice che di concertazione non se ne parla nel caso in cui si abbia a che fare con i tassisti. Se ne parlerà, e molto, quando ci sarà da far passare qualche misura che incide sulla vita degli associati della Cgil, della Cisl e della Uil. Pierluigi Bersani ha detto che le regole non si concertano. Benissimo: siamo d’accordo da sempre. Il governo deve assumersi la responsabilità della decisione. Ma se non si concertano le regole, che si concerta? Paolo Del Debbio