Mezzo governo contro Padoa-Schioppa: basta trucchi

Fabrizio Ravoni

da Roma

Manca una manciata di minuti alla mezzanotte di giovedì. Vannino Chiti annuncia che l’indomani chiederà il voto di fiducia sul maxi emendamento alla legge finanziaria. Per più di 18 ore, gli uffici della Camera controllano l’ammissibilità del provvedimento monstre (complici anche i computer andati in tilt). Ed alle 18 di ieri, lo stesso ministro dei Rapporti con il Parlamento pone la questione di fiducia su una manovra fatta da 16 articoli ed 826 commi.
In queste 18 ore nei corridoi di Montecitorio e di Palazzo Chigi succede di tutto. I gruppi parlamentari di maggioranza scaricano sugli uffici che stanno assemblando il maxi emendamento tutte le richieste di modifica possibili. Non ne passa una, oltre a quelle del relatore di maggioranza e quelle consigliate dal governo. L’unico che «sfonda» il blocco è quello che aumenta di 50 milioni le risorse a disposizione dei Carabinieri. L’Arma si era vista tagliare il bilancio di questa entità per dirottare le risorse a favore della cooperazione verso i Paesi in via di sviluppo. L’intesa viene raggiunta a margine del Cipe, convocato ieri mattina prima del consiglio dei ministri. A sbloccare la situazione sarebbe stato Antonio Di Pietro, che ha messo a disposizione 50 milioni dal suo bilancio con la promessa da parte di Padoa-Schioppa di averli indietro il prossimo anno.
A Palazzo Chigi la tensione è alta: nessun ministro, nemmeno quello dell’Economia, conosce il contenuto del maxi emendamento che stanno predisponendo a Montecitorio. Bersani, Gentiloni, Di Pietro chiedono conto a Padoa-Schioppa delle risorse esigue del Fondo di compensazione. Ammontano a 420 milioni e devono «coprire» i tagli al bilancio di determinati ministeri. «Riparliamone a gennaio», si sentono dire i ministri. «Ma così si bloccano cantieri, banda larga, investimenti per il Sud», replicano i ministri. E Tps, ancora: «Riparliamone a gennaio. Per favore - aggiunge un po’ infastidito - non apriamo una discussione sulle risorse: non ci sono». «Ma sta scherzando?», si chiedono interdetti i ministri, che affilano le lame in vista del dibattito sulla Finanziaria al Senato. «La manovra non sarà blindata», si affretta a precisare Chiti.
Alle 11 di ieri il Consiglio dei ministri finisce, e i funzionari della Camera stanno ancora lavorando. «Questo è il maxiemendamento di Peter Pan», ironizza Fabio Mussi al termine della riunione di governo. «Stiamo per chiedere un voto di fiducia su un provvedimento che non c’è, come l’isola di Peter Pan». Lino Duilio, presidente della Commissione Bilancio, cerca il maxi emendamento. Ma l’ordine di Bertinotti ai suoi tecnici è tassativo: nessun negoziato con chicchessia. Così Duilio si allontana da Montecitorio piuttosto innervosito.
Nicola Sartor, sottosegretario all’Economia, invece si aggira tranquillo per il Transatlantico. Intorno a lui torme di deputati di maggioranza gli sponsorizzano il proprio emendamento. Ma lui non conosce il testo finale. Ed ha facile gioco a spedire tutti dal ministro per i Rapporti con il Parlamento. Tocca a Chiti, questa volta, siglare le 303 pagine dell’emendamento del governo.
E su questo chilo e mezzo di carta dalle 18,20 di oggi i deputati voteranno - a scatola chiusa - norme che vanno dai nuovi autovelox al bonus di 200 euro per chi acquista un tv al plasma con annesso decoder digitale; che rende più facile ottenere una pensione d’invalidità per gli incidenti domestici (dal 33 al 27% d’invalidità) e che aumenta i fondi per Roma Capitale. Insieme alla nuova Irpef ed alle addizionali comunali ed ai tagli alla Ricerca ed all’Università. Il ticket sul pronto soccorso non sarà di 27 euro, ma di 25. Tornerà ad essere finanziato il terremoto dell’Irpinia del 1980. Ci sarà un fondo contro le mutilazioni genitali da 500 mila euro ed uno contro le violenze sulle donne ed i diversi orientamenti sessuali.
«In fin dei conti - spiega Giorgio La Malfa - la sessione di bilancio è l’unico momento per i parlamentari della maggioranza per far sentire la propria voce; nel resto dell’anno devono soltanto votare a scatola chiusa decreti od altri provvedimenti».