Mezzo secolo di graffi per tutti

Henry Maximilian Beerbohm (Londra, 1872 - Rapallo, 1956) si definiva «un anarchico conservatore. Vorrei che ognuno potesse fare esattamente ciò che gli pare - a meno che ciò non modifichi le cose cui sono abituato». Fra le cose cui era abituato: la vita brillante, le buone compagnie, l’assenza di volgarità e i giudizi graffianti. Più quelli da dare che quelli da ricevere (vedi la maliziosa - ma in fondo affettuosa - domanda di Oscar Wilde su di lui: «Chissà se, quando è solo, si toglie il volto per mostrare la maschera»). Un bel campionario delle sue prese di posizione eccentriche, rispetto alla monotona e formalista società inglese, sono contenuti in un aureo libretto da domani nelle librerie: Cattiverie occasionali (excelsior 1881, pagg. 194, euro 14,50). Il libro - stampato da un editore che di dandismo se ne intende, Luca Federico Garavaglia - comprende dodici brevi saggi, tradotti per la prima volta in italiano, nei quali Beerbohm discetta dei difetti della servitù, dei caricaturisti (lui stesso lo era) e del parlare in francese, del dandismo (in questa pagina presentiamo proprio un brano di questa prosa) e della famiglia reale. Fra i massimi scrittori satirici inglesi (in Italia sono usciti Storie fantastiche per uomini stanchi - Sellerio, 1982 - e Zuleika Dobson. Una storia d’amore a Oxford - Baldini Castoldi Dalai, 2006), si guadagnò il titolo di sir con un’infinità di interventi polemici che animarono per oltre mezzo secolo la vita culturale britannica.