Da mezzo secolo non salta una partita: «Mi aveva scelto Meazza, poi la vita...»

«In campo la mia esperienza serve. Patetico? Qualcuno potrà anche pensarlo, ma io no»

nostro inviato a Treviglio
Mentre i suoi coetanei si avviano ai giardinetti e alla bocciofila, questo strano cinquantanovenne si avvia al campo d'allenamento. Due volte la settimana, che piova o tiri vento, più la partita della domenica. E se per caso nevica, e se per caso i campionati e i campi d'allenamento sono chiusi per neve, esce a correre da solo, per campagne e stradelle. Così da più di quarant'anni, senza mai saltare un solo campionato.
La storia è lineare e interminabile. Riassumendo: da ragazzino annusa il calcio stellare, scelto da Meazza per le giovanili dell'Inter. Poi i sogni forzatamente si ridimensionano, portandolo nel semiprofessionismo artigianale del Saronno e della Vogherese. Infine, quando il lavoro di bancario e quindi di promotore finanziario gli chiede di scegliere, accetta serenamente il destino dei campionati dilettantistici, giù giù fino all'attuale terza categoria. Ma sempre, ogni giorno, da mezzo secolo ormai, con lo stesso spirito: fare sport, cercare di vincere, sputare sul campo fino all'ultima goccia d'energia, soprattutto sentirsi bene dentro.
Il Matusalemme di calcio Italia si chiama Pietro D'Adda. Vive a Treviglio, la cittadina di Giacinto Facchetti. Del compianto campione è un amico antico, sin da bambino. «Io avevo dieci anni, cominciavo a giocare nell'oratorio di Sant'Agostino, lui era un poco più grande, ci faceva da educatore e catechista. Un esempio per tutti, qui da noi...».
Il ragioniere, che tutti i giorni palleggia fior di patrimoni personali come palleggia la fatidica sfera sui campi sportivi, mi parla dal suo ufficio, a due passi dal centro storico. Presente al match, la figlia Viviana. È proprio lei che mi aiuta ad inquadrare il personaggio: «Io e la mamma speriamo che giochi fino a ottant'anni. Sta bene lui e stiamo bene noi. In vita sua non ha mai saltato un allenamento. Gioca con i miei amici, che potrebbero essere tutti suoi figli. Loro fanno tardi in discoteca e arrivano alla partita un po' così, il papà va a letto presto e mangia il prosciuttino alle undici. Per lui fare l'atleta è un modo di vivere. Non ne fa una malattia o una mania. Gli viene naturale. Alla fine, i miei amici mi dicono che ho un padre fenomeno...».
La squadra si chiama Treviglio Zanconti. Il nuovo mister, 37 anni, anch'egli quasi suo figlio, quest'anno gli ha chiesto pazienza: D'Adda ha avuto qualche problema di lavoro durante la preparazione, per cui l’esordio in campionato è arrivato solo alla quinta giornata. Una sofferenza immane. «Sarà che in vita mia ho sempre fatto poca panchina, così fatico ad accettarla. Anche adesso che ho quasi 59 anni (fra tre mesi il compleanno). Non che pretenda di essere titolare fisso: conosco i limiti della mia età. Soltanto, penso d’essere utile nelle fasi più concitate, magari quando i ragazzi perdono un po' la testa, nel difendere il risultato. A quel punto viene fuori l'esperienza, e scusate se in questo ho qualcosa da dire...».
Tecnicamente nasce mediano, ma col passare degli anni si ritrova difensore puro. Gli chiedo se per caso sia di quei vecchi carpentieri che picchiano scientificamente i ragazzini, mi risponde che entra deciso, «ma il giusto». Da un punto di vista disciplinare, si vanta d'aver subito una sola espulsione, «però con grosse attenuanti: da giovane, in Pizzighettone-Vogherese, un avversario mi diede del figlio di buona donna: era appena morta mia madre, sinceramente non ci ho più visto». Giura poi che gli avversari non sfottono con bassezze umilianti. In molti casi potrebbe persino essere il loro nonno, ma lo rispettano, anzi alla fine si complimentano. Soltanto dagli spalti, ogni tanto, piovono ironie e sarcasmi, ma sa accettarli perché riconosce che in fondo i suoi capelli bianchi sono tanta manna per il tifo più creativo.
Quanto alla cartella clinica, che effettivamente incuriosisce molto, risponde con una punta di orgoglio e una punta di sano realismo: «Faccio visite approfondite. I medici mi dicono che ho un cuore con molti meno anni della mia anagrafe. Però lo riconosco: ultimamente avverto qualche acciacco. Dolori reumatici e articolari, più che altro ginocchia e caviglie. Così, ho cominciato anche ad andare in bicicletta, che fa benissimo».
Disarmante. Provo a ferirlo con un'insinuazione vigliacca: dica la verità, ha soltanto paura di invecchiare. Gioca a fare il ragazzino. Giovanilismo senile. D'Adda sorride divertito: «Vai a sapere. Magari c'è anche un po' di questo. Ma io non mi pongo il problema. Faccio tutto questo perché non avverto pesi. Mi diverte, punto e basta. Mi fa stare bene. A casa e nel lavoro. Quanto poi durerà, non so dire. Ma francamente non mi interessa. Credo che qualcosa cambierà quando non ci sarà più l'agonismo, la lotta per un traguardo: giocare scapoli-ammogliati non è la stessa cosa».
E sogni, ne ha ancora di sogni? Si può ancora sognare a 59 anni? «Come no: anche se ho cominciato nell’Inter, ho da sempre simpatie milaniste. Sogno di riuscire un giorno a tirare due calci sui campi di Milanello...».
Mi resta un solo colpo a disposizione: l'ultima domanda, quella che tengo in serbo sin dall'inizio. È il momento giusto, costi quel che costi. D'Adda, gli dico a bruciapelo: tutto questo non è patetico? Mi guarda, prende posizione, alza la testa, infine spazza l'area come i suoi miti di sempre, i Facchetti, gli Scirea, i Baresi, con un rinvio potente e calibrato, oltre il terzo anello: «Qualcuno certamente lo penserà. Ma la cosa veramente importante, mi creda, è che non mi senta patetico io».