«Mi amano tutti perché sono il numero due»

Daniela Fedi

da Parigi

Come lui non c’è nessuno: simpatico, gentile, per niente presuntuoso ma davvero geniale. Jean-Paul Gaultier è una mosca bianca nel panorama internazionale della moda, lo stilista più amato di Francia, l’unico che piace a tutti. Tanto per dare un’idea quando si parla di stile etnico Giorgio Armani sentenzia: «Il maestro è Gaultier» mentre Donatella Versace dice che è un artista. Nato nel ’52 e cresciuto con una divorante passione per la moda (da bambino organizzava sfilate con modelle di carta ritagliate dai giornali della nonna) l’ex enfant terribile del fashion system parigino il prossimo ottobre compirà 30 anni di carriera.
Farà una grande festa?
«Certamente: il mio lavoro è la mia vita. Prima ci sarà la sfilata in cui mescolerò qualche capo d’archivio con quelli della prossima collezione: non mi piace l’idea della retrospettiva, ha sempre il sapore di un funerale. Subito dopo ci sarà la festa vera e propria, in un luogo speciale, la sera del 7 ottobre».
Chi inviterà?
«Tutti quelli che nel corso del tempo hanno fatto parte della mia grande famiglia professionale. Per esempio non dovrebbe mancare Pierre Cardin che mi ha assunto il giorno in cui compivo 18 anni. Poi ci vorrebbe Micheline Presle, un’attrice francese che oggi ha circa 85 anni, ma nel ’44 interpretò il film da cui ho capito cosa volevo fare nella vita. S’intitolava Falpalà ed era la storia di un couturier che amava follemente il suo mestiere e molto meno le donne di cui era un grande seduttore. In questo siamo simili, ma ancora oggi mi commuovo quando rivedo certe scene, per esempio quella in cui le sarte cuciono una ciocca di capelli nell’abito da sposa».
Succede davvero?
«È un’antica scaramanzia: chi cuce i capelli entro l’anno si dovrebbe a sua volta sposare. Certo per colpa della legge delle 35 ore lavorative alla settimana, in Francia a malapena si riescono a finire in tempo le cuciture essenziali. L’alta moda non ammette limiti di tempo né imposizioni sindacali: ci sono abiti che prevedono 400 ore di lavoro. Ho dovuto lottare per impedire alle mie sarte di cucire anche la notte come avrebbero voluto in vista della sfilata di venerdì scorso. D’altro canto gli ispettori del lavoro danno multe molto salate e così 4 vestiti sono scesi dalla sartoria quando la sfilata era già a metà».
Non c’è proprio niente da fare?
«Ho istituito turni piuttosto rigidi e chiamato alcuni collaboratori esterni, ma questo è un mestiere molto personale, chi fa una cosa la vuol portare a termine».
Impossibile protestare a livello politico?
«Non mi occupo di politica. Però ho deciso: voterò solo se si candiderà Ségolène Royal. E ovviamente voterò lei. Non ne faccio un problema di destra o sinistra. Penso sia ora che il mio paese venga governato da una donna perché le donne sono più forti e sincere degli uomini».
In tutti i campi?
«Direi proprio di sì. Ho tanti amici maschi e spero che vengano alla festa del mio trentennale anche perché ho lavorato con molti di loro: Luc Besson per i costumi de Il quinto elemento, Peter Greenaway per quelli de Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, Pedro Almodóvar per Kika e La Mala educacion. Certo con le donne ho un rapporto molto speciale, una profonda complicità».
Sta parlando di Madonna?
«Non solo, ma certo lei è molto importante per me».
Come vi siete conosciuti?
«Ci conoscevamo senza conoscerci. Io ero suo fan fin da Like a Virgin. Lei invece ha comprato un mio vestito-corsetto bianco per l’anteprima di Cercasi Susan disperatamente, cosa che ho scoperto guardando i giornali. Alla fine ci siamo incontrati durante la tappa parigina di un suo tour. Tre mesi dopo una mattina mi dicono: “Ha telefonato Madonna, dice se puoi richiamarla a questo numero”. Pensavo fosse uno scherzo. Ho lasciato passare una settimana prima di prendere in mano il telefono e per poco non sono svenuto quando ha risposto: “Hi, it’s Madonna”. Voleva che le facessi i costumi per Blond ambition, il tour mondiale del ’90».
È vero che Madonna paga come una cliente qualsiasi?
«All’inizio sì. Adesso le faccio un buon prezzo per gli abiti di scena. Comunque non è nel mio stile regalare vestiti alle star per farmi pubblicità, lo trovo offensivo».
Si dice che Madonna voglia pagare tutti i conti, anche quelli del ristorante...
«In effetti è capitato, ma non è una regola».
A proposito di regole il suo amico d’infanzia ed ex socio Donald Potard si è sposato con un uomo, lei lo farebbe?
«Non ho niente contro il matrimonio in assoluto, ma non fa per me. Per quel che riguarda la legge sui Pacs trovo sia giusto che anche in caso di coppie omosessuali ci siano diritti e doveri ben precisi».
Lei è il simbolo vivente della moda francese, lo sa?
«La mia fortuna è stata non essere mai il numero uno, cosa che in Francia ti perdonano difficilmente».
Chi è il numero uno?
«Dipende dal momento. Il mio dura da 30 anni perché sono il numero due. È come nello sport. Quando ero bambino c’era un ciclista bravissimo che si chiamava Jacques Anquetil. Vinceva tutto, ma non era popolare a differenza di Raymond Polidor che arrivava sempre secondo ed era adorato».
Cosa vorrebbe in regalo per i primi 30 anni di successi?
«La certezza di fermarmi un giorno prima di fare cose brutte».