MI AUTODENUNCIO, HO UN CUORE

I media sono crudeli. Mangiano e digeriscono le storie con una velocità impressionante e cose che sembravano decisive una settimana diventano carta per fasciare le uova pochi giorni dopo. È una legge cinica, ma difficilmente scalfibile e, qualche volta, ha dei risvolti drammatici, dovuti all’effetto-imitazione. Penso a fenomeni come il lancio di pietre dai ponti dell’autostrada, moltiplicato a potenza man mano che i giornali ne parlavano. Oppure, per restare alle nostre latitudini, al ripetersi delle molestie ai danni di giovani donne quando imperversava sulle locandine dei giornali il maniaco dell’ascensore. E, in molti casi, non si trattava dell’unico maniaco con il copyright.
Insomma, spero di essermi spiegato con sufficiente chiarezza. È un aspetto del nostro mestiere che non mi piace per nulla, ma sarebbe falso e ipocrita negare che esista o sottovalutarlo.
Fatta questa premessa indispensabile, basta andare indietro con la memoria e con il cuore, per ricordarsi il caso di Maria-Vika, la bambina bielorussa rapita dai genitori affidatari di Cogoleto, i coniugi Giusto, dopo che lei aveva fatto capire loro di aver subito violenze fisiche e sessuali in orfanatrofio dopo il ritorno dalle vacanze-affido in Italia dell’anno prima.
In quei giorni, tutta Italia guardava a Cogoleto: Maria-Vika era stata portata dai nonni in Valle d’Aosta e qui nascosta, con la «complicità» di un sacerdote locale. Si scatenò la diplomazia internazionale, ministeri, tribunali, carabinieri e l’atto d’amore estremo - magari giuridicamente sbagliato, ma d’amore estremo - dei genitori affidatari arrivò al cuore dell’Italia. Fino al drammatico rimpatrio di Maria-Vika, con un blitz che nemmeno nei film di Bruce Willis.
Ora, su tutta quella storia, è in corso un processo. E già su questo, ci sarebbe da dire: capisco che le leggi vanno sempre rispettate e capisco che, nell’occasione, i coniugi Giusto non le hanno rispettate. Ma, vedere nei due genitori affidatari, nei nonni e nel prete una specie di gang di malavitosi, mi sembra francamente troppo. Io, personalmente, avrei dato loro un premio per il calore umano e per il cuore dimostrato. Non un processo.
Ma, anche se avessi avuto dei dubbi, a levarmeli ci hanno pensato le vacanze estive. Anche a Lampedusa, c’erano alcuni bambini dati in affido per il periodo estivo a coppie italiane. Per un mese, quasi ogni sera, nella piazza centrale del paese, mi sono messo a guardare uno di loro, mentre giocava. Sasha, un bimbo di Kiev che - proprio come Vika - passava le sue vacanze in Italia.
Mi sono rimasti nel cuore la gioia di Sasha ogni volta che i suoi genitori affidatari lampedusani gli facevano un regalo; la sua partecipazione ai giochi con gli altri ragazzi dell’isola, persino al centro ricreativo estivo della parrocchia; il suo sorriso ogni volta che qualcuno, anche bimbi più piccini, dimostrava di volergli bene, anche con il più tenero e innocente dei saluti, belli come solo quelli dei piccoli sanno essere; i suoi occhi che sprizzavano gioia per l’amore da cui si sentiva circondato; le sue marachelle capaci di meritarsi dolcissime sgridate...
Ecco, dopo aver visto tutto questo, confesso che piango ancor ora pensando che Sasha tornerà in un orfanatrofio ucraino e mi chiedo se non sia peggio aver gustato l’amore e poi mollarlo, piuttosto che non sapere nemmeno che c’è in giro così tanta dolcezza e bellezza. E - anche se ci penso e ci ripenso, anche se me la pongo e me la ripongo - non ho una risposta a questa domanda.
Quello su cui non ho dubbi, se mai li avessi avuti, è che i coniugi Giusto e i nonni e il prete, sono innocenti. O, se sono colpevoli, sono colpevole anch’io. Ed è colpevole chiunque abbia un cuore.