«Mi candido per An Con la politica sfido le minacce di morte»

Mario Placanica, il carabiniere che sparò al G8, si racconta: «I no global pronti a fare le barricate, ma la gente è con me»

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Catanzaro

Vota Placanica, «nei secoli fedele» ieri all’Arma oggi alla destra. Il carabiniere del G8 di Genova, quello che per legittima difesa ha ucciso il no global Carlo Giuliani, si sussurra possa aver pensato a uno slogan del genere per la sua discesa in politica con Alleanza nazionale. Niente scranno alla Camera, il sogno dell’appuntato in congedo è un posto a sedere nel consiglio comunale di Catanzaro. Solo l’idea di una simile candidatura ha creato scompiglio nelle file dell’Unione, nella galassia pacifista, nell’universo antagonista e tra i fan di Carlo Giuliani che martedì lo aspettavano al varco in tribunale. Lui, Mario Placanica, non si dice affatto sorpreso da tanto clamore («ogni volta che si parla di me si scatena l’inferno») ma tiene a sottolineare che nessuno l’ha indotto e indottrinato al grande salto.
Placanica, come nasce questa decisione?
«È una scelta ponderata, e nemmeno tanto sofferta. L’intenzione di correre per le comunali del 2006 qui nella mia città mi è venuta strada facendo, ci ho pensato su, ne ho parlato con le persone che mi vogliono bene, e ho fatto il primo passo sondando localmente il partito. Ovviamente prima ne ho parlato con il deputato Filippo Ascierto che insieme a Gianfranco Fini, subito dopo il fatto di Genova, fu tra i pochissimi a starmi davvero vicino. Quel che mi addolora è che un mio eventuale impegno in politica debba essere strumentalizzato e accompagnato dalle solite, stucchevoli, polemiche. Penso di aver pagato tanto, e ben oltre il dovuto. Penso di avere le carte in regola per tentare questa strada. Non ce la faccio più a vivere nell’ombra, non me lo merito. Il processo ha stabilito che sono innocente? E allora basta, che se ne prenda atto».
Lei è stato posto in congedo dall’Arma perché giudicato «permanentemente non idoneo al servizio militare» a causa di una infermità dipendente da «causa di servizio». La sua candidatura va intesa come un risarcimento danni?
«Assolutamente no. Sono due cose separate. L’Arma non si è comportata bene, ha preso e messo da parte un suo uomo che si è comportato come avrebbe fatto qualunque altro militare al suo posto. Un uomo che dopo Genova ha avuto dei problemi ma che poi ha abbondantemente superato. Non credo, dunque, d’aver meritato un simile trattamento. Al contrario, An non mi ha mai tradito. Anzi, si è impegnata in tanti modi ed io voglio ripagare questa attenzione. Nei prossimi giorni formalizzerò la richiesta a Catanzaro e sono abbastanza fiducioso poiché da Roma mi dicono che non vi è alcun ostacolo».
Sempre stato di An? Iscritto?
«Sempre stato di destra, ho votato An alle provinciali. Condivido i valori e le battaglie del partito, per questo voglio offrire il mio contributo. Non ho mai avuto una tessera».
A Catanzaro come hanno preso la novità del carabiniere-candidato?
«Benissimo. Uomini e donne delle forze dell’ordine e la gente comune mi spingono ad andare avanti. Purtroppo so che l’estrema sinistra extraparlamentare calabrese è in fibrillazione, e la cosa non mi fa stare tranquillo. Gli antagonisti di qua, mi dicono, vogliono fare casino. Ho paura. Anche perché ho ricevuto di recente lettere di morte (la più carina è “Ti ammazzeremo bastardo, e ammazzeremo la tua donna”...) mi hanno piantato due croci davanti casa, alla mia fidanzata hanno rovinato la macchina con frasi offensive su di me».
Dopo Genova cos’è successo?
«Di tutto. La mia vita stravolta, problemi di salute, ho perso il lavoro, vivo nascosto. Al processo, l’altro giorno, ammetto d’aver avuto paura perché lì c’era gente che ancora pensa cose orribili su di me dimenticandosi cosa sono stati quei minuti dentro la jeep. Ho fatto solo il mio dovere, e non sono pentito. Non ho sparato per uccidere perché ho mirato in aria come conferma la perizia. Ma non me lo perdonano. Con i mesi, gli anni, sono andato a caccia di un po’ di serenità, ho cercato di dimenticare anche se è impossibile cancellare quel che è successo in quella piazza».
Ha provato a contattare i genitori di Carlo Giuliani?
«Certo, ho tentato col padre. Ma la risposta mi ha lasciato interdetto: “Se vuole parlare con me bisogna fare un dibattito pubblico, perché la questione è politica”. Politica? Che c’entra la politica? Era, è, una questione privata tra me e lui. Privata e dolorosissima».