"Mi chiamo Evaristo": biografia di un'icona nerazzurra

Chi tifa Inter non può non conoscere Evaristo Beccalossi. O perché l'ha visto giocare - e conquistare il dodicesimo scudetto nerazzurro - o perché l'ha sentito parlare, in qualche studio televisivo, come commentatore-tifoso

Milano - Dell’infanzia ricorda bene due colori: il nero, quello del mantello che suo nonno Giuseppe si metteva ogni mattina sulle spalle uscendo di casa. Il bianco, invece, era il colore della Fiat 600 che suo padre Gino custodiva come un gioiello prezioso. Due colori scolpiti nella memoria di Evaristo Beccalossi. Ma i colori della sua vita sono altri: il nero e l’azzurro. Chi tifa Inter non può non conoscerlo. O perché lo ha visto giocare oppure perché lo ha sentito parlare: da grande professionista del pallone giocato, infatti, si è trasformato in professionista del pallone parlato. Da anni, infatti, il “Becca” (così lo chiamano, da sempre, i tifosi dell’Inter) fa il commentatore su alcune tv private. Parla di calcio, ovviamente. La sua specialità. La storia, semplice ma appassionante di Beccalossi è raccontata da Luca Pagliari nel libro “Mi chiamo Evaristo” (Ed. Bevivino, 15 euro).

Il suo idolo: Omar Sivori Ogni ragazzino si ispira a qualche campione. L'idolo di Evaristo era Omar Sivori. Così, giocando con i suoi amichetti il piccolo Beccalossi iniziò ad abbassarsi i calzettoni proprio come faceva il campione argentino. E come lui iniziò a calciare la palla anche con il sinistro. Dal pallone come “chiodo fisso”, mettendo subito da parte i mai troppo amati libri e quaderni di scuola, fino al primo gol in serie B, col Brescia: un cross arriva dalla destra, Evaristo al centro dell’area colpisce di testa e gira la palla nell’angolino dove il portiere del Varese, Silvano Martina, non può fare nulla. Sarà il primo di tanti gol, ma anche tanti assist al suo amico-compagno di squadra Spillo. Sì, proprio lui, Alessandro Altobelli detto “Spillo”. I due formeranno una coppia formidabile, prima al Brescia poi all’Inter. Qualcuno l'avrebbe riproposta anche in azzurro, ma tra la Nazionale e Beccalossi si mise un certo Antognoni. E Bearzot preferì il centrocampista della Fiorentina.

La passione per la Nutella In casa nerazzurra non furono tutte rose e fiori per il Becca. Uno dei suoi crucci principali era la “bilancia” al cui verdetto il “sergente di ferro” Bersellini (l’allenatore nerazzurro, ndr) lo sottoponeva periodicamente. Perché Evaristo era bravo ma… anche molto goloso. E di notte, alla Pinetina, erano memorabili le sue scorribande nella dispensa, a caccia di Nutella.

Lo scudetto nel 1980 E’ il ventisette aprile 1980. Con il mondo calcio in piena ebollizione per lo scandalo delle scommesse (la prima versione di Calciopoli) l’Inter conquista il suo dodicesimo scudetto. Furono anni memorabili per il Becca. Il Bayern Monaco contattò il club nerazzurro ma Giancarlo Beltrami, dirigente dell’Inter, rispose così ai tedeschi: “E’ come il Duomo di Milano, non ha prezzo”. E si parlò anche di un interessamento dal Brasile.

"Mi chiamo Evaristo, scusa se insisto" Partita della vita il 28 ottobre '79. A San Siro si gioca il derby. Il campo è pesante per la pioggia abbondante, lo stadio è tutto esaurito. Il "Becca" fa una doppietta. Al portiere del Milan Ricky Albertosi avrebbe detto una frase che è rimasta nella leggenda: "Sono Evaristo, scusa se insisto". La frase sarebbe stata pronunciata dopo il secondo gol. Ma le doppiette non sono solo simbolo di gioia nella vita sportiva del Becca: un doppio errore su rigore, contro lo Slovan Bratislava (15 settembre '82), ispirò addirittura uno spettacolo teatrale scritto dal comico Paolo Rossi.