«Mi chiamo Jeda non Sgedà»: la rivolta degli accentati per forza

Novantadue minuti di applausi. Con questa fantozziana ovazione avrebbe dovuto essere accolto Jedaias Capucho Neves, detto Jeda, fantasista brasiliano del Cagliari che domenica scorsa ha dichiarato guerra alla tirannia dei telecronisti creativi della pronuncia: «Siamo qui con Sgedà», con rigoroso accento, esordiva l’intervistatore. «Veramente mi chiamo Jeda», senza accento, ribatteva lui con orgoglio.
Dunque lunga vita a Jeda, che ha trovato il coraggio di far notare al mondo che è ora di finirla con gli accenti sparsi a casaccio come il parmigiano sulla pasta solo per dare un suono più «esotico» ai cognomi dei calciatori. Perché un tempo c’era solo da decidere se a vincere il Pallone d’oro fosse Cruif o Croif, se Falcao fosse Falcon o se il Pedro Troglio di Verona, Lazio e Ascoli si pronunciasse Trog-lio. E pazienza se nessuno capiva per quale maledetto incantesimo fonetico fiammingo il belga Ceulemans diventava Coleman. Poi arrivò Telepiù e i telecronisti sportivi di tutte le reti cominciarono a sciorinare pronunce alternative.
Patriarca fu Fabio Caressa che, forse per vendicarsi delle due Esse che rendono meno tenero il suo cognome, decise di sostituire tutte le Zeta degli argentini, creando mostri come Sanetti e Samorano. E allora via al tango e alla samba. L’ex milanista Ayala diventa Asciala e Crespo - in Italia più o meno dai tempi di Nerone - diventa Crèpo; e se Amantino Mansini si può sopportare, sono evidentemente in preda alla cachaça quelli che inventano obbrobri come Ronalgigno o Gigia: roba che solo un traduttore con molto intuito può riconoscere in questo gorgoglio il portiere del Milan. Intendiamoci, le pregevolezze di alcuni esperti, come il Manchèster di Maurizio Pistocchi, la lingua fra i denti di Nando Sanvito quando parla di Valencia o l’inflessione da pub di Massimo Marianella, sono tocchi di classe. Ma gli eccessi sono fastidiosi, a partire dal Rosenborg pronunciato chissà perché Rusembori. E ancora, perché Nani, portoghese dello United, diventa Nanì? Non sarà mica passata Ornella Vanoni con i suoi 40 dì? E perché Kanu si sveglia Kanù? Senza dimenticare il carioca Amaurì e lo spagnolo Artetà. Fino al tenace Di Michele, che domenica scorsa è stato ribattezzato scherzosamente Dimichelé, ad imitazione del tignoso mediano francese Makelelé.
Accanto ai teorici dell’accento, ecco i maniaci del colpo di scena. Quelli che si sbizzarriscono con Niedvied quasi fosse un agente del Kgb. Quelli che, citando il bomber del Manchester City Darius Vassell, lo chiamano Daràius, tipo robot giapponese. E quelli che si rivolgono a Zeljko Kalac chiamandolo Gelco, che fa tanto il nome di un ghiacciolo.
Poi ci sono i nomi camaleonti. L’olandese del Milan è Seedorf, Sidorf o Zedorf? Il romeno dell’Inter è Civu o Kivu? E nonostante Caressa ci assicuri che in Portogallo si dice Manisc, il dubbio rimane. Senza parlare dei casi da schizofrenia come Kuyt del Liverpool, oscar delle nefandezze: uno che entra in campo come Cuit, va al riposo come Coit e al fischio finale si ritrova Caut. Roba che il suo compagno Hyypia diventa semplice come un Rossi qualsiasi: Üppia e via.
Insomma, evviva i francesisti di Lisarasù e i puristi baschi di Lizarazu, gli anglofoni di Cheriu e i vichinghi che preferiscono Carev. Ed evviva i fenomeni che davanti ai nomi italiani creano capolavori come l’arbitro parigino Trentalansg, l’attaccante di evidentissime origini sudamericane Jachinta e il bomber lusitan-partenopeo Floro Floresc. Manca solo Palovskij.
Così va il calcio, alla faccia del genio che, presentando un match di pallanuoto, coniò la Rari Nant Savona, con enne nasale alla francese, in barba a tutte le latinissime Rari Nantes d’Italia.
Miracoli del cielo. Pardon, miracoli di Scai.