«Mi chiamo Mansueto ma domani farò paura al mio idolo Ronaldo»

Mancini «tradisce» le origini del suo nome e lancia la sfida della Roma al Milan: «Occhio a Kakà»

da Roma

Mancini, lei si chiama Alessandro Faiolhe Amantino. Come nasce il nome che l’ha resa famoso?
«All’Atletico Mineiro mi chiamavo manciño, mansueto in italiano. L’allenatore disse che era troppo dolce per un calciatore e quindi diventò plurale».
Dopo la sosta, la Roma riparte con il Milan. «Solo» due anni fa era una sfida scudetto...
«Qualunque sia la posta in palio, è una partita difficile contro una squadra di grandi campioni».
Come Ronaldo.
«Sì, lui è il mio idolo. Sono contento che sia tornato in Italia, la sua nuova avventura è cominciata davvero bene. Quando ho segnato il gol a Lione, in molti hanno ricordato il suo in una finale di Coppa Uefa con la Lazio. Un piacere immenso. Quando lo vedrò domani all’Olimpico, gli dirò di non farci gol... Scherzo, gli farò i complimenti e poi un “in bocca al lupo” per il finale di stagione. Sarà, insieme a Kakà, il giocatore più pericoloso per la Roma».
Com’è il suo rapporto con i tanti connazionali rossoneri?
«Più che altro professionale, mentre con Ricardo Oliveira e Cafu sono anche amico. Sono tutti calciatori eccezionali e soprattutto persone per bene».
Dico Milan e lei pensa a...?
«A una partita di Coppa Italia del 2004. La Roma perse 2-1 in casa, ma io segnai un gol e in tribuna c’era mio padre (scomparso a fine 2005, ndr.). E poi alla rete segnata ai rossoneri l’anno scorso: entrai al posto di Aquilani a metà ripresa e dieci minuti dopo realizzai il gol della vittoria».
In città si pensa già al Manchester. E lei, di recente, ha respirato l’aria dell’Old Trafford...
«È normale che i nostri tifosi pensino alla partita di Champions. Ma la testa di noi giocatori è ancora ai rossoneri, altrimenti questa partita non la giocheremmo proprio. Certo, un pensierino alla Coppa lo facciamo, credo che sia lo stesso anche per i milanisti. Quando ho giocato a Manchester nella partita delle stelle ho vissuto un ambiente caldo e molto bello».
Come fa Spalletti a tenervi concentrati sul Milan?
«Il mister è uno che lavora molto sul piano psicologico».
Quest’anno ha avuto qualche contrasto con l’allenatore, colpa di sostituzioni non gradite.
«Ci siamo chiariti, è normale che quando uno viene sostituito non sia contento. Ma Spalletti non deve dare spiegazioni».
E il rapporto con Totti? Non vi siete parlati per due anni.
«È vero. Ora abbiamo rapporti normali, ci rispettiamo come uomini e come professionisti. C’è feeling in campo, ma ognuno fa la sua vita».
La sua «samba» con i cinque doppi passi di Lione spopola su Internet, con il sottofondo de «La paranza» di Daniele Silvestri. Sorpreso?
«No, in effetti è stato un gol bellissimo. In una partita di campionato a Udine di finte ne feci addirittura otto, ma non segnai. Ormai quel “samba” è il passato, guardo avanti».
Nelle ultime due stagioni ha giocato alla grande, eppure il ct brasiliano Dunga continua a ignorarla.
«Io ci spero sempre e continuo a fare il mio lavoro serenamente, nel rispetto della sua scelta. Sogno di giocare la Coppa America e magari il Mondiale».
La Bibbia e il samba, cose importanti nella sua vita.
«Sono cresciuto in una famiglia di credenti e ho capito che senza l’aiuto di Dio la vita non ha senso. Il samba è allegria, felicità ed entusiasmo».
Ultima cosa: sa che l’Aia ha fatto addirittura un comunicato per dire che il suo gol a Firenze era valido?
«Mi fa piacere, ma il risultato purtroppo non cambierà».