MI CONSENTA QUATTRO CONSIGLI

Caro Cavaliere, a differenza di altri, in questi anni di governo ho preferito evitare di darle consigli non richiesti. Innanzitutto perché ho avuto la sensazione che la fila di aspiranti consiglieri fosse lunga. E poi perché, conoscendola, mi sembra che l’insofferenza verso chi si accredita come suggeritore del capo la induca spesso a fare il contrario di quanto le viene detto. Visti i risultati: dalla bicamerale alla richiesta di abdicare in favore di Casini e Fini, direi che finora è stato meglio così e che gli aspiranti Richelieu con lei corrono il rischio di fare la figura dei piccioni, prim’ancora che degli impiccioni.
Premesso questo, vista l’imminenza di un confronto televisivo in cui lei stasera si gioca tanto, anche il futuro nostro e le pur tenui ambizioni di riforma del Paese intero, a costo di apparire importuno o inutile, mi permetto di offrirle quattro consigli. La prego solo di leggere fino in fondo queste righe e riflettere un secondo sulle cose che le scrivo. Poi, se vuole, mi mandi al diavolo.
Punto primo: il precariato. Abbia il coraggio di dire agli italiani che ciò che a sinistra chiamano precariato in realtà è lavoro flessibile. Il mondo va in questa direzione e non saranno Prodi o Pecoraro Scanio a far cambiare marcia all’industria mondiale. E del resto i primi a introdurre il «precariato» in Italia sono stati lo stesso Prodi e il suo ministro Treu. Semmai la Casa delle Libertà ha cercato, con Marco Biagi, di trovare lavori flessibili che poi sfociassero in lavori stabili. La flessibilità non è sinonimo di insicurezza. Negli Stati Uniti il mercato del lavoro è flessibile, ma la prosperità è stabile. Se i giovani soffrono perché non possono costruirsi un futuro, e non riescono a chiedere un mutuo in banca per comprarsi casa, la colpa non è della legge Biagi, ma delle banche – la maggior parte delle quali a guida ulivista – che preferiscono dilapidare patrimoni finanziando imprese decotte e finanzieri spericolati, piuttosto che concedere prestiti alle giovani coppie e ai ragazzi che sgobbano. Il problema dunque non è il mercato del lavoro flessibile, ma un sistema bancario tra i più inflessibili e cari d’Europa.
Punto secondo: le tasse. Che Prodi voglia tassare Bot e Cct è chiaro a tutti. Ma forse lo è meno che la falce della sinistra colpirà anche gli strumenti finanziari della gente semplice, quelle stesse persone che per non rischiare hanno fatto piani d’investimento annuali nei fondi o nelle Unit link, polizze a basso rischio che comunque vada dovrebbero garantire il capitale e che rappresentano gran parte del mercato delle assicurazioni vita. Dopo aver spinto, con tasse istituite dall’Ulivo, i risparmiatori a togliere i soldi dai conti correnti e a investire in fondi comuni («per finanziare le imprese del Paese») e in polizze («per garantirsi la pensione»), ora la sinistra vuole falcidiare le rendite di chi ha messo i quattrini in questi strumenti, aumentandone la tassazione del 60%.
Punto terzo: i delitti. Ammetta che dopo il caso Izzo, l’assassino del Circeo che è tornato a uccidere, è stato un errore non modificare la legge Gozzini. Dica che, se verrà eletto, nei primi cento giorni lei farà in modo che quella norma sia cambiata e che i colpevoli di omicidi una volta condannati non saranno più scarcerati con facilità. Non dovrà più essere uno psicologo o un magistrato di sorveglianza a rimettere in libertà gli autori di un’uccisione particolarmente grave. Assicuri senza imbarazzi che se lei ritornerà alla guida del governo gli assassini del piccolo Tommaso Onofri e di tante innocenti vittime non godranno mai più di benefici di alcun genere, ma sconteranno l’intera pena in carcere, ergastolo incluso, lontano dalla società.
Quarto e ultimo punto, una raccomandazione: non abbia timore di difendere le leggi che ha fatto in cinque anni, anche quelle che sono servite a salvare il governo dalla cavalleria giudiziaria. Quelle norme erano sacrosante e non sono affatto uno stravolgimento della Costituzione come la maggior parte della stampa e dei commentatori ha raccontato in tutti questi mesi. Dalla riforma dell’ordinamento giudiziario (che non dispiace affatto a gran parte degli uomini di legge che militano a sinistra) alla legge sul legittimo sospetto (che in passato perfino Violante suggerì) per finire al falso in bilancio, che il 10 maggio del 2000 fu lo stesso Fassino a proporre di depenalizzare (anzi, qualcuno dei suoi ipotizzò perfino di introdurre la modica quantità di fondi neri).
Abbia il coraggio, Cavaliere, di rivoltare, contro una sinistra demagogica e falsificatrice della realtà, i luoghi comuni che per cinque anni hanno schierato contro di lei. Usi le loro stesse armi, i libri dei loro amici, quello dell’editorialista di Espresso e Repubblica Claudio Rinaldi, che ricorda come i suoi avversari negli anni Novanta volessero mettere il controllo politico sulla magistratura, quelli di Marco Travaglio, che spiega come l’Ulivo volesse depenalizzare la bancarotta, o il saggio del sociologo Luca Ricolfi, che ricorda come nel 2001 la sinistra svuotò la cassa. Lasciando un buco di bilancio di 30 miliardi: due punti e mezzo di Pil, sufficienti a realizzare tutte le opere pubbliche.
Abbia la forza, Cavaliere, di rovesciare il tavolo e cronometro alla mano spieghi agli italiani che se vogliono dare un calcio al futuro non hanno che da scegliere Prodi: sicuri che li porterà nel passato.