«Mi dicevano: se scappi ti spezziamo le braccia»

Il racconto di un piccolo schiavo: in strada «turni» anche di 20 ore Ricatti, botte e digiuni per punire chi non portava abbastanza soldi

La brutalità del Male segue una logica elementare. Cane grosso mangia cane piccolo. «A rubare non ci devono andare gli adulti, ci devi mandare i bambini». E chi si ribella va punito. «Quel ragazzino l’hai picchiato anche sui testicoli, se lo meritava». Crudele, banale, efficace.
Prima regola, il profitto. Seconda, la ferocia. Disciplina dello schiavismo, e allora «ho comprato un guinzaglio, così lo tengo legato», sotto costante ricatto perché «dovete impegnarvi a fare soldi, così tornerete prima a casa». A casa, in Romania, da dove i bambini vengono venduti ai criminali che li costringono alla strada, ai furti, all’elemosina. Una violenza documentata dalle centinaia di telefonate intercettate dagli investigatori della Squadra mobile.
C’è solo una linea di confine, e a tracciarla è il denaro. Sono le voci dei carcerieri a «spiegare» il sistema. «Quel ragazzo va picchiato perché non ruba abbastanza». In caso contrario «lui non si deve preoccupare, perché è un grande ladro». C’è da esserne fieri, e «se Dio vorrà, il ragazzo mi farà 4mila euro». Alcuni lamentano il fatto che «quelle famiglie sono più fortunate, perché hanno a disposizione bambini più efficienti», che quel bambino «non è capace di niente, perché gli altri fanno i soldi e lui no?». E chi urla che «se non fai abbastanza soldi, allora devi sopportare la fame».
Ci sono anche le parole dei bambini. Storie di ordinaria umiliazione, così «lui diceva che mi lascerà qui coi barboni, allora gli ho risposto che preferisco essere picchiato», di lavori forzati - i turni in strada vanno dalle 8 del mattino alle 3 di notte -, di minori che mangiano solo se fanno «cassa», che possono sperare di tornare liberi solo dopo aver saldato un debito inventato da chi li tiene alla catena. Ancora una volta, tutto nelle intercettazioni. «Giuro su mia sorella - si discolpa uno di loro - che oggi ho rubato quattro portafogli, ma dentro non c’era niente, solo fotografie». Ancora, «ho rubato il telefonino dal quale ti sto chiamando, ma ora devo venderlo perché sto morendo di fame».
E poi c’è un racconto, orrendo e - forse - simile a quello degli altri. Ma è l’unico bambino ad aver parlato agli agenti durante un controllo in stazione Centrale. «Mi chiamo G., ho sette anni. Vivo in una cascina abbandonata. In questo posto mi ci hanno portato due romeni un anno fa. Mi hanno rapito nella città di Craiova e portato direttamente a Milano. Mi hanno minacciato, mi hanno costretto a rubare. I soldi li dovevo portare a loro, altrimenti - mi dicevano - “ti spezziamo le mani e le braccia”. Gli ho chiesto spesso di tornare in Romania dai miei genitori (che si sospetta lo abbiano venduto all’organizzazione, ndr), ma ogni volta che l’ho fatto sono stato picchiato. Oltre a Milano, mi hanno portato a rubare a Parigi, Nizza, Rimini, Venezia».
C’è che di umanità non sembra trovarsi traccia. Ancora una telefonata. Uno degli arrestati chiama la sua compagna in Romania. «Cosa hai fatto con i soldi che ti ho mandato?», le chiede. «Ho comprato una pecora e le medicine per la bambina», risponde la donna. Ingenua, la madre, e severo il rimprovero. «Come! Guarda che non ti ho mica mandato tutti quei soldi per spenderli per niente! Perché non ti sei presa una collana?». Una pecora e delle medicine. Buttati nel cesso, quei soldi. Perché la prima regola dice profitto, la seconda ferocia. Ed è per questo che, in fondo, poco importa. Di soldi ce ne saranno altri, così come di bambini. Facile e sicuro. «È arrivato un ordine da Roma, dice che se li prendono finiscono in carcere», solleva qualcuno il dubbio. «Non è vero - è la risposta sicura - i minori non possono finire in galera». Tanto banale da essere vero.