«Mi fa ringiovanire il magico restauro del Segno di Venere»

Il novantenne re della commedia ha ringraziato con la solita ironia duettando con Franca Valeri

da Roma

«Ringrazio il pubblico per la sua capienza!», scherza Dino Risi, citando la battuta di un produttore. «E ringrazio i medici, che mi han fatto venire qui!». A novant’anni compiuti, questo maestro milanese della commedia all’italiana, che oggi sembra una diva americana d’altri tempi, con quegli occhiali da sole griffati, fascianti un grumo di rughe sotto alla chioma candida, tiene botta. «Voglia di tornare? Sì, ma di tornare giovane», risponde a chi gli chiede se lui, dopo aver siglato tanti successi di pubblico e di critica (da Poveri ma belli a Il sorpasso, da Profumo di donna a Sessomatto), non desideri ancora un altro ciak. «Non fidatevi di chi dice che la vecchiaia è bella, con la sua pace dei sensi. In verità, è un momento brutto, triste e antipatico della vita», riflette a voce alta Dino, noto per il proprio burbero anticonformismo, che lo portò, da giovane marito, a uscire di casa (con la scusa delle sigarette), per andarsi a insediare, senza moglie né figli, in uno splendido residence di fronte allo zoo di Roma, ora semplicemente bioparco. Gli piaceva il profumo della libertà, portata dallo scirocco insieme all’afrore di scimmia e d’elefante (quando c’erano) e tuttora gli piace, perché si esprime senza peli sulla lingua.
Da senatore del cinema italiano, ieri l’Associazione Philip Morris-Progetto Cinema gli ha reso omaggio, presentando la copia restaurata della sua commedia Il segno di Venere, film dolceamaro del 1955, con Sophia Loren, Franca Valeri (ieri presente alla Casa del Cinema), Vittorio De Sica, Raf Vallone, Tina Pica, Peppino De Filippo e Alberto Sordi: insomma, tutti i bei nomi di un’epoca, remota solo all’anagrafe. Perché, di fatto, la storia vitalissima di una famigliola, che nella Roma postbellica, più di un paese e meno d’una metropoli, cerca di maritare le ragazze Agnese (Loren) e Cesira (Valeri), mentre una manica di cialtroni squattrinati gira per la città, risulta attuale, nell’atmosfera sospesa tra sogni e bisogni. «Tu non sei ambisesso: sei una donna!», rimprovera la zia Tina (Pica), all’esuberante nipote Agnese, in cerca di lavoro («cercasi ambisesso», dicevano gli annunci). E se la Loren, strizzata nel vitino di vespa, cammina «un po’ in fuori», come la riprende sua cugina Cesira, dattilografa alla Casa del Passeggero, sempre in cerca di fidanzati, il professor Spano (Vittorio De Sica), autentico saltafossi del dopoguerra, poeticamente sospira: «Non sono tempi per nutrire sogni di Bellezza». E poi: la capitale dei tram, zeppi di impiegati; il telefono nero a gettoni, dietro la cassa del bar; le osterie e le feste in casa, fatte di pane e salame più giradischi...
«Qui c’è un film che mi fa ringiovanire. Il bello della tecnologia, oggi, è che si può rivedere del buon cinema, a condizioni migliori. Ringrazio Giuseppe Rotunno, impagabile direttore del restauro». A quota diciassette film restaurati, la Philip Morris leva mano dai contributi, fin qui generosi, mentre Alessandra Giusti, già responsabile del progetto, annuncia che cercherà, insieme con Giuseppe Tornatore, altri sponsor. «Il cinema non morrà mai! Certo, è molto cambiato, come sono cambiate le platee e i registi devono tener conto di questo tipo di società. Gli attori di oggi non sono grandi come quelli di ieri e ora il cinema italiano attraversa un periodo di ripensamento, per diventare quello che sarà tra dieci anni», auspica Risi, evitando la polemica che lo vedrebbe contrapposto, lui, abile descrittore neorealista d’una gioventù povera, ma bella, ai cineasti contemporanei del giovanilistico filone commerciale «tre metri sopra il cielo». «Per me, il cinema ha rappresentato tutta la mia vita. Come ho cominciato? Dovevo decidere se fare il medico psichiatra, al manicomio di Voghera, oppure continuare a girare lungometraggi che, costati duecentomila lire, mi facevano guadagnare due milioni. Mi son detto: la mia strada è questa!», racconta l’artista, che nei suoi Versetti sardonici, pubblicati nel 1995, semplicemente dichiarava: «Non ho gridato viva Mao/né letto un tazebao/ mai barattato l’impegno/con l’ingegno». E Franca Valeri, che ha scritto, con molta brillantezza, soggetto e sceneggiatura del Segno di Venere? Sempre in gamba anche lei: in barba agli anni e alla dizione malcerta, pianta tutti e corre a recitare in teatro Les bonnes di Jean Genet. Magari sono questi i bastoni della «meglio gioventù».