«Mi fermerò quando mio figlio mi prenderà in giro»

Il vecchio e il male. Anche se Alessandro Petacchi vecchio non si sente assolutamente e più che male ha il magone. «Sei anni sono trascorsi dalla morte di Marco (Pantani, domenica erano sei anni dalla morte, ndr) e a poco più di una settimana dalla tragedia che ci ha portato via Franco (Ballerini, morto domenica 7 febbraio in un incidente, ndr). Due amici, due persone perbene, due ragazzi molto diversi ma uguali per il loro modo di coltivare la passione per il ciclismo. Marco travolto da uno scandalo che gli ha fatto pagare un prezzo troppo alto e qualcuno un giorno dovrà pure chiedere scusa. Franco che ha finito la sua corsa a bordo di una macchina da corsa, la sua antica passione. Marco manca a tutti, Franco manca ma non me ne sono fatto ancora una ragione. Inconsciamente mi sembra che sia in giro per corse, per sopralluoghi e alla sera, prima di prendere sonno, penso a lui e mi dico: vedrai che tornerà. Lo sai dove era la sua grandezza? Nella semplicità. Di lui mi è sempre piaciuto il suo modo di porsi. Mai da prima donna, lui è stato fino all’ultimo uno di noi. Solo che lui era davvero il migliore».
Tra i velocisti italiani, a 36 anni suonati, anche tu sei sempre il migliore.
«Sto bene, mi diverte fare ancora questa professione, non mi pesa allenarmi, mi piace mettere la mia ruota davanti a quella di tanti ragazzi più giovani di me. Molto più giovani di me».
Tante vittorie in carriera, 156 vittorie, con tre acuti stagionali su tre volate: mica male per uno che ha l’età per la pensione...
«Intanto per me le vittorie sono 169: per la squalifica me ne hanno tolte tredici, di cui cinque al Giro. Obiettivo? Correre fin che ho voglia, fin quando non mi pesa e, soprattutto, cercando di inseguire il traguardo delle 200 vittorie. Mi fermerò solo quando mio figlio comincerà a prendermi in giro». E dire che c’è chi ha fatto di tutto per farle passare la voglia di correre...
«Se è per questo ci sono ancora. Il ciclismo è in uno stato confusionale pazzesco. Tantissime regole, tutte poco chiare. Noi corridori abbiamo le nostre colpe, i dirigenti che sono là, al comando, molto più di noi».
Poi quella positività al Ventolin...
«In verità prima la frattura al ginocchio al Giro del 2006. Tutti a dire: è finito. Io che non mi do per vinto e torno a correre e a vincere. Poi eccomi di nuovo al Giro 2007, tappa di Pinerolo, vinco e mi trovano positivo per delle tracce di Ventolin nelle urine. Soffro di asma da sforzo, corro con il certificato del medico: posso ricorrere a quel medicamento con qualche “puf”, per l’antidoping ne ho fatti qualcuno in più, è l’inizio della fine».
Sii più preciso.
«Corro in una multinazionale tedesca, la Milram, una delle maggiori aziende produttrici di latte. Guadagno bene (un milione e mezzo di euro a stagione, premi esclusi, ndr), vinco tanto. Non posso pretendere di più. Poi ecco il “salbutamolo” (sostanza vietata, contenuta nel Ventolin e oggi cancellato dalla lista antidoping ndr), e la conseguente sospensione e poi la squalifica di un anno. Torno alle competizioni nel settembre del 2008, con la Lpr di Fabio Bordonali, una piccola squadra, che io ringrazierò sempre perché mi ha dato la possibilità di tornare a fare il corridore. Il problema è che dal Bayern di Monaco, mi trovo al Brescia».
È dura risalire la china.
«È dura soprattutto per uno che ha vinto tanto: il problema sono gli stimoli. Grazie al cielo quest’anno ho trovato sulla mia strada Beppe Saronni, che mi ha voluto alla Lampre Farnese, a far coppia con Damiano Cunego».
Beppe Saronni, il tuo idolo da ragazzino.
«Ho sempre fatto il tifo per Beppe. A casa se lo ricordano ancora: il giorno del suo mondiale di Goodwood (1982, ndr), ho disfatto il divano di casa per la gioia. Mamma è incazzata ancora adesso».
E ora?
«Dritto fino a Sanremo, quello è il mio vero traguardo. L’ho già vinta cinque anni fa, sarebbe bello rivincerla».
Dovrai fare i conti con Cavedish
«Li faremo».