«Mi ha salvato lo squillo del telefono»

«Stavo toccando la bomba prima di quel giovane. La chiamata m’ha distratto»

da Caorle (Venezia)

«Sono salvo per miracolo è davvero il caso di dirlo». Maglietta blu, calzoncini, ciabatte ai piedi, volto abbronzato, Walter Bottura parla per lasciarsi alle spalle l’incubo di quella bottiglia che galleggiava sull’acqua, ieri mattina, lungo il corso del fiume Livenza alla sua confluenza con l’Adriatico, a Porto Santa Margherita di Caorle, in provincia di Venezia.
«Erano circa le 11.30 quando, passeggiando lungo la banchina della darsena Sud del canale a poche centinaia di metri dalla sua confluenza con il mare, ho visto quella bottiglia con all’interno un biglietto. Una bottiglia di vetro chiaro, senza nessuna etichetta, con un tappo di sughero - aggiunge l’uomo che era appena rientrato da una battuta di pesca ai granchi e stava per raggiungere la moglie ed alcuni amici nella vicina Caorle -. Quello che mi ha incuriosito, però, è stato il biglietto al suo interno: un pezzo di carta perpendicolare alla bottiglia, attaccato al tappo e che finiva poco prima del fondo». Lui scende la banchina e cerca appiglio sugli scogli che fanno da argine. Pensa a un messaggio lanciato nel mare da qualcuno, ma quando è a pochi metri dalla bottiglia, gli squilla il cellulare e la telefonata gli fa venir meno la voglia di prendere la bottiglia. «L’avrei aperta, certo: sarebbe stato naturale ma al solo pensiero dello scoppio avvenuto dopo mezz’ora, sudo freddo».
Prima di lui, verso le 7.30 del mattino, Raffaele Dorigo, caorlino doc che ogni mattina raccoglie arbusti e cartacce finiti nel fiume, passa di lì, ma non vede la bottiglia. «Ogni mattina setaccio il fiume - dice l’uomo -: giuro che la bottiglia non c’era. Ho pulito l’argine proprio in quel punto maledetto e se ci fosse stata l’avrei notata, la bottiglia». Se davvero è andata così, e nessuno ne dubita, Unabomber potrebbe aver agito fra le 8 e le 11 del mattino. «Ho sentito un botto tremendo - ha raccontato un turista tedesco che ha dormito nel suo camper con la famiglia a pochi passi dal luogo dello scoppio - e ho visto due ragazzi urlare. Non ho capito cosa fosse accaduto e ho avvisato un gruppo di pescatori poco lontano che hanno aiutato i due giovani».
Parla anche il papà di Greta la piccola colpita da Unabomber l’anno scorso: «Provo grande dispiacere ma devo ammettere che era prevedibile. In tutti questi mesi non è giunto alcun segnale che potesse far sperare che l’attentato di Motta fosse l’ultimo».