Mi nominò inviato in ascensore

Mi aveva scelto lui, pescandomi dal mazzo di una cronaca da combattimento. Lo avevano divertito, disse, alcuni articolini sul primo congresso dei transessuali. Io, fino a quel giorno, le volte che non mi riusciva di evitarlo: buongiorno e buonasera. Appiattito contro la parete. Era Montanelli, capite. Mi beccò un giorno in ascensore. Mi nominò inviato fra il primo e il secondo piano. Ma con l’aria di rimproverarmi, piantandomi due occhiacci negli occhi che dicevano: «Ora meritatelo». Lui con i pollici infilati nella cintola (era lì che teneva le mani, quando non scriveva). E quello sguardo, tra l’arcigno e il divertito. Da star. Un viaggio di tre piani. Ragazzi, non finiva mai. Ho cominciato col Libano, ma temo non sia stata una gran prova. Era il luglio del 1982. Un caldo canelupo. I telefoni fuori uso. Battevo i pezzi all’hotel «Cavalier» su un vecchio telex, ma li spedivo dal «Commodore», facendomi di corsa, col coprifuoco, alle nove di sera, un bel pezzo di strada. Ventiquattro giorni sotto le bombe, con gli israeliani che cercavano di stanare Arafat. Il venticinquesimo chiesi timidamente al giornale di rientrare. Ero rimasto solo. Tutti gli altri colleghi, e ce n’erano di gran nome, e di grandi trascorsi, se n’erano andati. Due giorni di silenzio. Al terzo, dopo un mio flebile sollecito, ricevetti due parole di numero: «Rientra pure». Firmato: Biazzi Vergani, che era il vicedirettore. Il giorno dopo percorrevo a larghi passi, con l’aria da ganzo, il corridoio del terzo piano, qui in via Negri. La porta del direttore era aperta, come sempre. Scriveva. La vecchia lettera 22. Le gambe da fenicottero, un frenetico su e giù. Mi aspettavo dei complimenti. Lui mi vide, mi mise a fuoco, mi fulminò con i suoi occhiacci puntuti: «Oh che ti pare, che io non sappia che si soffre, in certi servizi?» mi apostrofò. «Si soffre. Ma si sta!». Quel po’ di mestiere che so, cominciai a impararlo quel giorno. Era Montanelli, voi capite. E a noi ragazzi voleva bene.

Luciano Gulli, allora cronista