«Mi sconvolge il ricordo della lettera d’un suicida che mi affidò la famiglia»

«È successo nel ’98 e mi ha cambiato la vita. L’uomo si è ucciso e io ho fatto un atto illegittimo in giunta trovando casa alla moglie e lavoro alla figlia: una scelta etica»

Sabrina Cottone

Come in tutti i traslochi, ecco gli scatoloni. Gabriele Albertini, in partenza da Palazzo Marino dopo nove anni in cui i suoi uffici sono stati un po’ la casa (li ha anche fatti ristrutturare e dallo stesso architetto della famiglia Moratti), raccoglie le carte, le lettere e i regali che hanno segnato la sua vita di sindaco, dalla lettera 22 di Indro Montanelli alla bacchetta del maestro Riccardo Muti fino alla più ruggente pallina di vetro piena di olio Ferrari. Sono ancora lì le foto più care, con i genitori, con il Papa, con il cardinal Martini e con Silvio Berlusconi, l’uomo che lo ha convinto all’avventura della politica. «Sono stato pescato dal cilindro, sono arrivato qui in modo inopinato» dice il sindaco con il suo sguardo mobile che si arrampica su e giù per le pareti. «La mia è stata una specie di dittatura elettiva» sorride, gli occhi rivolti al passato, ai due mandati durante i quali ha chiesto e ottenuto poteri straordinari oltre a quelli già consistenti che la legge gli metteva in mano come primo cittadino. Nove anni in cui ha detto l’ultima parola su tutto, con le dimissioni pronte a saltar fuori dal cassetto che ogni volta costringevano alla resa partiti e consiglieri riottosi.
Manca una settimana alle elezioni che decideranno il successore, il nuovo inquilino di queste sale, ma sulla malinconia, che pure è inevitabile («partire è un po’ morire»), prevale la fierezza per quel che di concreto è stato fatto. L’elenco delle opere pubbliche inaugurate e restaurate è lunghissimo e Albertini ha voluto una targa su tutte le principali, come segnale tangibile e duraturo della sua attività di sindaco. Il 6 luglio prossimo compirà cinquantasei anni con un grande futuro dietro le spalle e un altro da inventare davanti a sé. Cinquecentomila preferenze per il secondo mandato del 2001, nel 2004 è stato eletto al Parlamento europeo facendo ancora una volta il pieno di voti, ma non ha voluto correre alle comunali di domenica prossima e di fronte alla possibilità di candidarsi alla Regione si nasconde dietro il fatalismo: «Quando si voterà potrei essere già nel busto...». Si rifiuta di dare pagelle, di parlare delle beghe politiche, delle polemiche che lo hanno contrapposto alla Ombretti Colli, all’Ignazio La Russa, al Filippo Penati di turno. «Non dovevamo fare un bilancio di questi anni alla guida di Milano?». Insomma, bando alla cronaca e caccia alla storia.
Lei ha già fatto installare sedici targhe sulle opere realizzate, oltre alle cinque che stanno per arrivare. Che significato dà a queste tracce permanenti del suo operato?
«È più importante fare che dire e le targhe sono la firma dell’opera compiuta, un po’ come la firma dell’autore in un romanzo. Noi abbiamo l’orgoglio di poter dire che abbiamo fatto qualcosa che mai era stato fatto in cinquant’anni e sfidiamo chi verrà nei prossimi cinquanta a fare altrettanto. Naturalmente spero per il bene di Milano di essere battuto».
Molto di quel che è stato fatto è stato reso possibile da privatizzazioni e liberalizzazioni, che sono state la cifra della sua politica. Teme che questo processo si fermerà?
«Spero che trovino la forza e l’intesa politica per andare avanti. Abbiamo realizzato opere pubbliche per sei miliardi di euro, oltre alle opere private, altrettanto gigantesche. È un record che nessuno è riuscito a compiere».
Qual è l’opera di cui va più fiero?
«La Scala, anche se non è la più rilevante dal punto di vista economico. Però è quella che mi ha dato maggiori soddisfazioni, anche per le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare e siamo riusciti a superare».
La targa che ricorda Gabriele Albertini è stata abusivamente rimossa dalla Scala. Come se lo spiega?
«È stato lo sfregio che si vuole infliggere togliendo la firma... non potendo negare l’eccezionalità dell’opera compiuta».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Sì e riguarda proprio la storia della Scala. Non acconsentirei a fare ciò che il consiglio di amministrazione mi ha fatto fare. Io avevo chiesto di astenermi nel licenziamento del sovrintendente, Carlo Fontana, poi ho deciso di votare per un atto di lealtà e così facendo ho avallato un errore».
Prova rimpianto per qualcosa che non è riuscito a fare?
«Il road pricing, perché sono convinto che far pagare alle auto l’uso dello spazio pubblico sia corretto. Come mi ha insegnato l’amico e maestro Mario Talamona, è prassi consuetudinaria intervenire sul fisco per incentivare o disincentivare comportamenti. Far pagare lo spazio scarso e i costi dell’inquinamento è nell’alveo di questa politica economica. Inoltre non è un intervento episodico come le targhe alterne e le domeniche a piedi, ma strutturale e pertanto induce a modificare i propri comportamenti secondo una disciplina conveniente. E infine consente di raccogliere fondi per finanziare il trasporto pubblico. Avevamo tutto pronto, è mancata la volontà politica... la paura di perdere la Provincia? In ogni caso chi arriverà potrà applicare il ticket subito: la centrale operativa è allestita e in grado di funzionare».
Qual è il ricordo più caro?
«Il ricordo più sconvolgente, che mi rimarrà impresso per sempre, è l’ultima lettera di un suicida, un imprenditore tradito dal socio e sommerso dai debiti. Prima di uccidersi, senza avermi mai conosciuto, mi ha scritto per affidarmi la sua famiglia, solo perché si fidava della mia onestà e rettitudine. È accaduto nel ’98 e ha segnato la mia vita, mi ha spinto a confrontarmi con la necessità di prendere decisioni più etiche anche se in contrasto con le regole della politica professionale».
In che modo ha aiutato la famiglia?
«Abbiamo fatto un atto illegittimo in giunta: abbiamo previsto, motivandolo, che la famiglia potesse andare a vivere in una casa pubblica superando la graduatoria. E poi ho fatto assumere la figlia, un architetto, in una delle controllate del Comune. È stato uno dei quattro casi in nove anni di assunzioni chieste da me sui quarantamila dipendenti della holding comunale».
Tra gli oggetti ai quali è più affezionato c’è la macchina da scrivere di Montanelli. In che modo è stato influenzato da lui?
«In molti modi e uno riguarda proprio la vicenda della famiglia che mi è stata affidata. Avevo pubblicamente promesso a Indro Montanelli che avrei dato in beneficenza l’aumento dell’emolumento da sindaco che avevo chiesto quando facevo parte del coordinamento delle città metropolitane. Montanelli scrisse una “Stanza” in cui, pur non contestando la correttezza dell’iniziativa, riteneva inelegante che a promuovere la richiesta di aumento fossi io, che poi ne avrei tratto beneficio. Io promisi che avrei donato quel denaro e una parte della somma è andata alla vedova dell’imprenditore suicida».
Lei ha avuto un rapporto non sempre facile con la politica e giudizi spesso taglienti verso gli uomini di partito. Non ha mai subito la tentazione del potere?
«Onestamente no. Però ho visto persone vicine a me che si sono trasformate, che stavano passando dalla politica come servizio alla raffinata professionalità, certo pienamente legittima, del potere. A me non è mai capitato, credo perché la politica non è un metodo ma un’attitudine. Una volta Montanelli mi ha detto: “Non sei adatto a fare il politico, non hai l’uzzolo del potere”».
Quale lezione politica ha tratto da questi nove anni alla guida di Milano?
«Esiste un’immagine molto diffusa dei cosiddetti politici che riescono a guidare e manipolare le persone a proprio vantaggio, usando la sagacia, l’intuito, la furbizia. E invece in questi anni ho incontrato persone convinte che gli uomini eletti, da eligere, che significa raccogliere da, siano appunto uomini scelti. Credono che noi eletti siamo migliori di loro o che lo diventiamo proprio perché siamo stati scelti come quel nostro povero concittadino disperato che un attimo prima di togliersi la vita mi affidava la sua famiglia. Da questa concezione del mondo c’è molto da imparare, è esattamente l’opposto di quel che comunemente si pensa del potere, che consisterebbe nel mantenere il proprio ruolo e manipolare i cittadini per conservare il consenso e, appunto, il potere».
A proposito, sia sincero: che cosa prova a dover abbandonare il suo ruolo di sindaco dopo tanti anni di guida della città?
«Come dice un testo arabo: “Quando sono nato io piangevo e tutti intorno a me sorridevano. Mi piacerebbe che quando lascerò la vita io possa sorridere e vedere intorno a me le lacrime di coloro che si sono sentiti da me beneficiati”. Lasciare un ruolo tanto importante, staccarsi da questo luogo è un momento che può ricordare l’adagio “partire è come morire” e io mi sento sereno come l’uomo della storiella, con l’ulteriore analogia che quando sono stato eletto tutti intorno a me sorridevano e io, se non piangevo, ero comunque molto preoccupato».
Ma davvero non le dispiace neanche un po’? E non le pesano neanche le polemiche da campagna elettorale?
«Lo so, può sembrare che lo dica per farmi dire bravo. Invece è davvero quel che sento e il sentimento che prevale è l’orgoglio per quel che abbiamo fatto e uso il plurale perché le opere compiute sono state possibili perché eravamo una squadra. Sono contento di vedere che quanto abbiamo fatto viene già riconosciuto, quando si supera la manipolazione elettorale e si smettono di raccontare solo gli episodi negativi, come la pensionata pasionaria che si arrampica su un albero contro la nascita di un parcheggio. E è assurdo che una vicenda come questa venga raccontata dimenticando gli alberi in più che abbiamo piantato e il verde cittadino raddoppiato».
Crede che sia giusto il limite di due mandati per il sindaco?
«Credo sia una regola giustissima. In questi nove anni ho visto avvicendarsi sei ministri degli Interni e basta dire ciò per capire il potere che può essere concentrato in una sola persona. Con il doppio ruolo di commissario straordinario per la depurazione e il traffico, la mia è stata una specie di dittatura elettiva, garantita dal consenso di quasi mezzo milione di voti. Non sono stato toccato dalla libidine del potere, l’ho sempre considerato un mezzo e non un fine e così adesso vedo anche il lato positivo, che è lo smettere di fare un’attività tanto logorante e di enorme responsabilità».
Qual è stato l’episodio che l’ha più amareggiata?
«Quando Sandro Antoniazzi dall’opposizione mi ha accusato di essere il responsabile morale dei centodiciotto morti dell’incidente di Linate. In quel momento mi si è rotto qualcosa dentro. Poi le inchieste hanno dimostrato ciò che già da subito era del tutto evidente e cioè che le responsabilità non erano nostre. Di fronte a questa malafede di un padre di famiglia, di un cattolico praticante, mi chiedo: è possibile subire una tale trasformazione solo per inseguire logiche di potere? Penso che ci sia un’amoralità ontologica in queste lotte».
Qualcosa che l’ha favorevolmente sorpresa?
«Il capogruppo dei Ds, Emanuele Fiano, aveva fatto un’accusa simile a quella di Antoniazzi, ma poi ha ammesso di aver sbagliato e si è scusato. È stato un gesto che mi ha sorpreso e che ho apprezzato».
Il momento più difficile della sua vita da sindaco?
«Dal punto di vista personale non ho dubbi e ancora una volta le rispondo: la tragedia di Linate è stato il momento più doloroso».
E la situazione politica più difficile da gestire?
«Non saprei, forse il momento più delicato è stato quando nel 2001 ho preteso e ottenuto un programma scritto e ho condizionato la mia ricandidatura alla firma di un contratto con i milanesi, che poi è stato il modello del contratto di Berlusconi con gli italiani. Ho accettato la Lega, ma vincolando a impegni sottoscritti da tutti i leader incluso Umberto Bossi. Così è stato possibile superare anche i momenti di massima tensione esibendo la firma del Senatùr».
Lei ha minacciato più volte di dimettersi. C’è stato un momento in cui è stato più vicino ad abbandonare Palazzo Marino?
«Sono stato vicino alle dimissioni in un’infinità di casi, quando difendevo le cancellate di piazza Vetra, per la privatizzazione dell’Aem, quando non arrivavano i poteri commissariali e altro ancora. Il rispetto del programma è sempre stata la mia regola e la lettera di dimissioni pronta il maggior collante della maggioranza. Come dice sant’Ignazio, non devi rifiutare il denaro o il potere ma esserne indifferente, devi usarlo ai fini della tua missione, non esserne usato».
Dopo tanto passato, guardiamo al futuro. Che cosa le piacerebbe fare alla scadenza del mandato?
«Intanto mi dedicherò per tre anni all’attività di parlamentare europeo. È doveroso dopo due anni in cui non ho svolto il ruolo di deputato ma di dito, perché per lo più sono andato solo a votare nelle sessioni plenarie del Parlamento schiacciando i bottoni della pulsantiera. Adesso intendo impegnarmi nelle commissioni di cui faccio parte. Potrei, se richiesto, dopo aver gestito questa holding di servizi che è il Comune da primo cittadino, mettere a disposizione la mia doppia esperienza di sindaco e imprenditore».
Le piacerebbe correre da presidente della Regione se Formigoni decidesse di scegliere il Senato?
«Trovo impensabile che sacrifichi la responsabilità di governare la prima Regione d’Italia per fare il senatore. Se ne potrebbe riparlare tra quattro anni e allora potrei essere già nel busto...». Il busto è quello che a palazzo Marino ricorda tutti i sindaci milanesi e che Albertini, per personalissima scaramanzia, ha già pronto da tempo.