«Mi sono divertita lo stesso Hollywood è una comunità»

La Comencini, sconfitta, prepara un film in inglese. Il marito Tozzi: serve più tempo per lanciare le nostre opere

Michele Anselmi

da Roma

È una Cristina Comencini d'ottimo umore quella che, dopo una notte di baldoria, svegliamo alle 8 di mattina, ora di Los Angeles. «Quando ho visto che avevano chiamato Will Smith per aprire la busta, mi sono detta: be', non tutto è perduto. In fondo, andava bene per tutti e due. Per Tsotsi in quanto afro-americano, per La bestia nel cuore in quanto attore di Gabriele Muccino». Purtroppo, benché i bookmaker annunciassero un sostanziale pareggio, il film sudafricano aveva l'Oscar in tasca da qualche giorno. Sarà contenta la Mikado, che lo distribuisce in Italia, anche se il primo week-end risulta deludente: 11.876 euro in tutto.
In ogni caso, la regista riparte da Hollywood con un discreto bottino. Tutti, a partire dal presidente dell'Academy, l'hanno voluta incontrare. Piace il suo film, che veicola un'Italia contemporanea, meno oleografica e rassicurante del solito. Piace la sua bellezza matura, non artefatta, chic-europea. Piace il suo inglese fluente. Risultato? Due proposte, contatti con le major, un agente sul posto. Sorride il marito-produttore Riccardo Tozzi: «Cristina ha sorpreso anche me. Non pensavo fosse così americanizzabile». Lei conferma: «Mi sono proprio divertita. Lo show è divertente, dura tre ore e mezzo ma passano veloci. Conduttore strepitoso, tempi perfetti. Anche perdere, qui, fa un altro effetto. Tutt'altro che depressivo. Sarà perché ti senti parte di una comunità unita, solidale, dove vige il concetto di “noi”. L'agonismo è atleticamente vissuto. Chi vince, vince anche per chi perde». Infatti... «Infatti nessuno mette su il muso. Da noi, in Italia, c'è chi non si presenta se non ha il premio in tasca. Viceversa qui nessuno fa l'offeso. Ieri sera ho incrociato Spielberg, considerato gran perdente, a due feste: sorridente e disponibile come sempre».
Molto fotografata nell'elegante abito Ferré (pare che Prada abbia sbagliato il vestito, mentre la giacca che Armani aveva confezionato per lei era uguale a quella di Gabriella Pescucci), la regista non esclude, un giorno o l'altro, di girare un film in inglese. «Anzi questo potrebbe essere il momento giusto. Il copione c'è già. Si chiama La mia mano destra, racconta la storia di Clara Vieck Schumann. Magari potrei proporlo a Keira Knightley, la protagonista di Orgoglio e pregiudizio, no?».
Intanto attende di sapere come sarà accolto dal pubblico americano il suo film, che debutta il 17 marzo, distribuito dalla Lionsgate. «Otto sale, un'uscita quasi da film d'arte giapponese, ma sempre meglio di niente. Se andrà bene, aumenteranno le copie», spiega Tozzi. Il quale, rassicurato dal clima favorevole, promette di fare tesoro dell'esperienza americana. «La verità è che abbiamo avuto pochissimo tempo per organizzare la campagna promozionale. Non si può essere scelti dall'Italia a fine ottobre (Private fu rispedito al mittente per un vizio di forma, ndr). La prima cosa che vorrei proporre all'Anica è anticipare al 23 settembre la designazione del film italiano da sottoporre agli Oscar. Disporre di più tempo è essenziale per impostare il lancio». È come una catena di Sant'Antonio, suggerisce Tozzi. «Il ritardo ci ha impedito di fare campagna per conquistare la nomination ai Golden Globe (mancata per due soli voti, ndr). Questo avrebbe spinto il distributore americano a far uscire La bestia nel cuore a febbraio, prima che i giurati cominciassero a votare, proprio com'è successo con Tsotsi. Sembrano dettagli, ma non è così». Resta comunque un po' di (legittimo) amaro in bocca. Lo stesso che ha voluto esprimere il ministro Buttiglione, pur segnalando il dato positivo: era dal 1999, infatti, che un film italiano non entrava in cinquina.