"Mi sono fatto nel garage un cinema da 54 posti, con mille film tutti miei"

Emilio Riva a persino un cortometraggio porno del 1920 attribuito a D’Annunzio e "La corazzata Potemkin": "Ma ha ragione Fantozzi, è proprio una c..."

Via col vento? «Ce l’ho. Copia originale del 1939. Tredici rulli per un solo film, record imbattuto». Casablanca? «Ce l’ho». Notorius di Alfred Hitchcock? «Ce l’ho, col bacio fra Cary Grant e Ingrid Bergman, il più lungo mai visto sullo schermo, almeno fino al 1946. E ho anche Il sospetto». Il Satyricon di Federico Fellini? «Ce l’ho». Metropolis di Fritz Lang? «Ce l’ho. Due copie, una con sottotitoli». Roma città aperta? «Ce l’ho». Non ne manca neppure una, fra le pietre miliari della storia del cinema, nel garage del pensionato Emilio Riva, tipografo per necessità, proiezionista per vocazione. Più di mille film in 35 millimetri, quanto basta per coprire la distanza da Milano al Polo Nord, considerato che una pellicola di 90 minuti misura 2,5 chilometri. Da Il figlio dello sceicco con Rodolfo Valentino, che il protagonista stroncato nel 1926 da una peritonite fulminante non riuscì nemmeno a vedere, a Piccolo Cesare; dal Don Chisciotte di Pabst doppiato in russo («trovato intatto fra le macerie di una casa in demolizione a Milano») al Gattopardo di Visconti, fino ad arrivare a Luis Buñuel e Jean-Luc Godard, ma anche a Woody Allen e Carlo Verdone. C’è persino La corazzata Potemkin, la mattonata che il pur dotato Sergej Ejzenstejn consegnò all’imperituro ludibrio delle genti nel 1926. E La donna fatale, film muto del 1905 di cui nemmeno si conosce il regista, «sembra una sventola, ma quando si spoglia scopri che ha la parrucca e la dentiera».
Se poi cercate la macchina da stampa Heidelberg del 1956 che Ben Thomas, alias Will Smith, ripara nottetempo alla cardiopatica Emily Posa in Sette anime di Gabriele Muccino, c’è anche quella nel seminterrato della villetta di Seregno, in mezzo ai campi, casa e bottega di tre dei quattro figli di Riva, tipografi come il padre. L’ottava anima del cinefilo invece è nella stanza accanto alla piccola stamperia artigianale. È un locale più largo che lungo, 15 metri per 10, e solo quando Riva accende la luce capisci perché: da un lato un grande schermo bianco circondato di velluti rossi, dall’altro sei bocche di proiezione. Nel mezzo, 54 poltroncine di pelle, imbullonate al pavimento, disposte su sei file a formare una platea digradante.
Fra i tanti modi con cui poteva assecondare la sua innata passione per la settima arte, l’ottantenne brianzolo ha scelto il più impegnativo: s’è fatto un cinema in casa. Con tanto di Dolby stereo. «Al momento di progettare le abitazioni che ho avuto, sono sempre partito da qui, dal mio cinemino privato. La cucina, il salotto e le camere da letto venivano dopo». Un innamoramento nato da una frustrazione: «A 5 anni pietivo da Domenico, proiezionista del cinema Impero di Seregno, qualche fotogramma di pellicola, poi lo infilavo nella fessura di una scatola da scarpe, dentro la quale avevo messo una candela, nell’illusione di vedere l’immagine riprodotta sul muro». L’insuccesso di quell’esperimento, ripetuto per mesi, l’avrebbe convinto a dotarsi, quarant’anni dopo, delle due monumentali macchine Prevost, una 35 e una 16 millimetri, acquistate a rate dal cinema Italia di Cesano Maderno che chiudeva i battenti.
Fra Domenico («mai saputo il cognome») ed Emilio s’era instaurato lo stesso rapporto che in Nuovo cinema Paradiso lega fino alla morte il vecchio Alfredo al piccolo Totò, che poi diventerà l’affermato regista Salvatore Di Vita. «A 12 anni ero già suo aiutante all’Impero, 800 posti. A 15 persi mia madre Fiorenza, che ne aveva appena 36, uccisa da un tumore. A 16 sostenni davanti al capo dei vigili del fuoco, al cinema Odeon di Milano, l’esame per avere il patentino di proiezionista». Allora le pellicole erano altamente infiammabili e anche Emilio, come Totò, nel 1943 s’era trovato a fronteggiare un incendio in cabina. A differenza dell’Alfredo impersonato da Philippe Noiret, che nel film di Giuseppe Tornatore resta cieco, dal rogo uscì malconcio solo il proiettore. «Lo portammo a riparare a Milano spingendo un triciclo e con lo stesso mezzo un mese dopo lo riportammo a Seregno a forza di braccia».
Piange, Emilio Riva, nel ricordare la mamma morta. Deve a lei e al padre Gaetano l’imprinting che ha segnato la sua vita. «Non si perdevano un film. Avrò avuto 4 anni la prima volta che mi portarono al cinema, dove era in cartellone Il segno della croce del regista di kolossal Cecil B. De Mille, e 6 quando vidi San Francisco con Clark Gable: ho ancora impresse nella memoria le scene del terremoto e di padre Mullin, interpretato da Spencer Tracy, che si aggira fra le rovine. Dieci anni fa con mia moglie sono stato agli Universal studios di Hollywood. Che delusione! M’è sembrata la parodia di Disneyland».
Ma lei faceva il tipografo o il proiezionista?

«Il tipografo. L’altro era un secondo lavoro, anche se mi ha sempre affascinato di più. La cabina era la mia casa. Due spettacoli nei giorni feriali, dalle 20 alle 24, e cinque nei festivi, dalle 14 alle 24. Ho continuato fino alla metà degli Anni 80, quando l’Impero ha chiuso».
E come le è venuto in mente di costruirsi un cinema anche in casa?
«Nel 1963 avevo comprato per 50.000 lire una piccola Prevost 16 millimetri da un rigattiere di Milano e cominciai a raccattare qui e là vecchi cinegiornali. Un paio d’anni dopo noleggiai il primo film, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Me lo fecero pagare 10.000 lire, sarebbero quasi 200.000 lire di oggi. Per me eran soldi. Così cominciai a invitare alcuni amici. Pagavano 500 lire d’ingresso e si portavano la sedia da casa. Il secondo film fu La fontana della vergine di Ingmar Bergman. Tutti i martedì proiezione. Prima per 5 o 6 persone, poi divennero 10, poi 15, poi 20».
La Società italiana autori ed editori non ci trovava niente da ridire?
«Fu la prima cosa che feci, andare alla Siae. “Ma come possiamo darle i biglietti se il cinema è nello scantinato di casa sua e non ha nemmeno le poltrone?”, mi obiettarono. Dopo aver attrezzato la sala, ho costituito un’associazione culturale senza fini di lucro. Dal 1978 il mio cinema Movie Studio è in regola anche con la Siae».
In che giorni sono le proiezioni?
«Giovedì, venerdì e sabato, spettacolo unico. La domenica è sacra, vado per castelli con mia moglie. Nella notte di San Silvestro apro per chi detesta i veglioni. Lo scorso 31 dicembre ho proiettato The women di Diane English, remake del brillantissimo Donne diretto da George Cukor nel 1939».
Per sabato che cos’ha in cartellone?
«Eh no, adesso c’è la pausa estiva. Riprendo a settembre. L’ultimo film l’ho proiettato il 30 maggio, Che l’argentino di Steven Soderbergh, la storia di Che Guevara, ha presente? Prima di questo ho dato Il giardino dei limoni, L’onda, The Wrestler, L’ospite inatteso, Vuoti a rendere, Changeling».
Perbacco, roba seria.
«Mica posso far concorrenza alle multisale o alla televisione. Le pare che noleggio Vacanze di Natale? Ho sempre proiettato film di qualità, io. Ma la gente se ne frega».
Chi assiste alle sue proiezioni casalinghe?
«Cinefili, professori, preti, magistrati. Uno che non manca mai è il signor G. B., non metta le generalità, non vorrei che si offendesse. È un ex impiegato di banca che riesce a dirti a memoria i cast dei film a partire dagli Anni 20. Alla fine delle proiezioni improvvisa un cineforum. Parla, parla, parla. Spesso la butta in politica. A me a volte verrebbe da dirgli: dài, basta, che ’ndemm in lett».
La capisco.
«Qualcheduno va via prima che il film sia finito. Che dolore! Io sto male se non guardo fino all’ultima parola dei titoli di coda. Non come i critici che vanno ai festival, dormono per tutto il tempo, si svegliano quando in sala vengono riaccese le luci e poi scrivono recensioni altisonanti. E magari si beccano anche qualche biglietto...».
Biglietto omaggio?
«Seeh! Va’ là che ci siamo capiti».
Gli spettatori sono di Seregno?
«No, vengono anche da Milano e da altre località. Una coppia è arrivata apposta da Como per vedere I diavoli volanti con Stanlio e Ollio».
Ma com’è che le case noleggiano film di prima visione a un privato?
«Caro mio, basta andare alla 2001 Distribuzione e pagare. Si trova in via Soperga a Milano, nel palazzo dove un tempo c’erano gli uffici della Metro Goldwyn Mayer. Solo che il Che ha fatto quattro spettatori in tre sere. Adesso vorrebbero noleggiarmi la seconda puntata a dicembre. Calma, ragazzi! Quando arriva la fattura di 160 euro, sono io che pago».
Ha messo da parte anche lei come Alfredo, il proiezionista di «Nuovo cinema Paradiso», un rullo con le scene di baci tagliate dai film?
«No. Per me la pellicola è sacra. Al massimo rammento d’essermi fermato a guardare, mentre montavo i rulli, il seno nudo di Doris Duranti in Carmela, un film del 1944. L’anno prima Clara Calamai era stata protagonista di una scena analoga in La cena delle beffe di Alessandro Blasetti ed era nata questa competizioni su quale delle due attrici avesse mostrato per più tempo le tette. Sono pochi metri di pellicola. A 24 fotogrammi al secondo, capirà, c’era ben poco da vedere. Il distributore aveva punzonato ciascun fotogramma con un timbro a secco per impedire che i proiezionisti si fregassero la sequenza un poco per volta».
Delle scene di sesso nei film che cosa pensa?
«Quando sono insistite, mi scocciano. Guardi che non sono un bacchettone. Una volta ho anche proiettato un cortometraggio con tutti gli spezzoni censurati dal ministero. E possiedo una copia di Saffo e Priapo, il film porno di Gabriele D’Annunzio girato nel 1920».
Ho letto che il Vate non c’entra niente con quel cortometraggio.
«Lo stile poetico della didascalie osé sembra suo. Sono 21 minuti in tutto. Non so se conosce la trama. Due lesbiche, una cameriera guardona, un frate, un fallo di legno... Non mi faccia dire di più, ché mi vergogno».
E sua moglie approva?
«Non può lamentarsi. Se siamo sposati da 54 anni, è merito del cinema. La conobbi in cabina all’Impero. Una sua amica era fidanzata col proiezionista. Vennero insieme a trovarlo. Io avevo 17 anni. Fu un colpo di fulmine».
Chi è l’attrice che più l’ha fatta sognare?
«Marilyn Monroe. Ma più che altro mi faceva compassione. Si capiva che era una ragazza semplice. L’hanno usata tutti e alla fine l’hanno gettata via».
Il suo film del cuore?
«Da quand’ero bambino non mi stanco mai di rivedere Cappello a cilindro con Fred Astaire e Ginger Rogers».
Un regista che non sopporta?
«Carlo Vanzina. Al confronto, suo padre Steno era un gigante».
Un regista sopravvalutato?
«Nanni Moretti. Non mi piace per niente. Proiettai il suo primo film in super 8, Io sono un autarchico, poi il secondo, poi il terzo e poi mi sono stufato. Ma se’l voeur quest chì? Che vuole? Con La stanza del figlio m’ha fatto proprio incazzare. Trrr, trrr, trrr, il becchino che inchioda la bara con l’avvitatore. Uuuh, bestia! Ma si può? Sono capaci tutti di far star male lo spettatore con simili mezzucci».
Verdone le piace?
«Soltanto come attore. È un caratterista di talento. Ma i suoi film sono delle bambanate. Prima che comincino, sai già che cosa vedrai».
Fa mai il tutto esaurito al Movie Studio?
«Una volta mi toccava persino portar giù i pouf dal salotto di casa per gli spettatori che non trovavano posto. Ma ora è tutto finito. Sono molto deluso. Nessuno dei miei figli è diventato proiezionista. Solo Francesco, un nipotino che farà 10 anni ad agosto, sembra interessato al mestiere del nonno. Oggi gli farò vedere L’uomo invisibile del 1933».
Povera anima.
«Ieri gli ho proiettato Viaggio allucinante, il film in cui l’Fbi miniaturizza un sommergibile con dentro un’équipe medica e lo inietta nel corpo di uno scienziato che ha un ematoma al cervello. Nel 1966 era fantascienza, nel 2009 è quasi realtà».
Ha mai prestato una pellicola della sua collezione?
«Mai! Per nessun motivo. Ricevo richieste da tutto il mondo. Una signora di New York voleva a tutti i costi noleggiare Medea di Pier Paolo Pasolini. Le ho risposto che semmai potevo vendergliela. Tanto Pasolini me pias no».
Prima di morire il regista Sergio Leone disse: «Mi sembra che oggi il cinema rischi una vera e propria regressione, trasformandosi in un intrattenimento puramente infantile». Non le pare che avesse ragione?
«No. La gente non è scema. E poi, mi dispiace dirlo, ma i western di Leone non sono certo confrontabili con Ombre rosse di John Ford. Eppure in un’intervista lui diede a Ford del “poverino”. Basta! Non parlo più di Leone».
Catastrofismi, horror, volgarità. Che fine ha fatto il cinema intelligente?
«Il filone catastrofico è sempre esistito. La tragedia del Titanic fu girato dai tedeschi nel 1942, io lo vidi che ero bambino ed ebbi gli incubi per tutta la notte. Però non ho resistito alla tentazione di procurarmi anche il Titanic con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet».
«Angeli e demoni» andrebbe a vederlo?
(Espressione di disgusto).
Chi ha ammazzato il cinema?
«Sicuramente la Tv. Ci ha portato via tutto. Quando vado a Milano e vedo che dell’Astra, trasformato in negozio, resta solo il lampadario all’ingresso, mi si stringe il cuore».
È abbonato a Sky?
«No».
Che cosa pensa della programmazione di Sky?
«Ma per favore! E quella me la chiama programmazione? Le rare volte che mi capita di vedere un film in televisione, l’unica cosa che faccio è immaginarmi come sarebbe sul grande schermo».
Mi tolga una curiosità. Secondo lei «La corazzata Potemkin» è «una cagata pazzesca», come dice il ragionier Fantozzi, sì o no?
«Dùu ball, ma dùu ball!».
(460. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it