«Mi stanno uccidendo per farmi parlare»

Sepolto vivo fino alla morte. Giorno e notte monitorato dalle telecamere in cella, privacy vietata anche nella toilette, riflettori sempre accesi, visori ionizzati, isolamento perenne, niente contatto con moglie e figli se non attraverso vetro divisorio, carta igienica negata, giornali vietati, cibo limitato. «Sono trattato peggio dei detenuti di Guantanamo» aveva urlato Giuseppe Graviano il 28 luglio scorso ai magistrati di Firenze che lo interrogavano sulle dichiarazioni di Spatuzza. «Non mi fanno baciare mio figlio, mia moglie, mia madre. Queste sono leggi razziali - continuava - questo regime è disumano, nemmeno in Irak è così. Quattro mesi fa mi ha detto la dottoressa: “Ho il sospetto che lei ha un tumore, dobbiamo fare subito una visita”. Sono passati quattro mesi e niente! State giocando con la vita degli altri, perché qua è peggio di ucciderla una persona. Perché uno muore... ».
Quattro mesi dopo, otto dalla visita richiesta dai sanitari, Graviano sfrutta l’occasione dell’udienza Dell’Utri per far sentire il suo dolore. Lo fa con una lettera di due pagine inviata alla corte d’appello di Palermo in cui spiega i motivi per i quali non può partecipare all’udienza del processo Dell’Utri. Problemi legati al poco tempo disponibile per ragionare con gli avvocati sulle carte processuali («un’ora sola a settimana con tutti i procedimenti che ho!»), all’impossibilità di vivere la detenzione umanamente («ho una videosorveglianza di 24 ore anche durante il compimento di atti di igiene, luci accese anche di notte») alla mancata consegna di abiti decenti («non mi danno nemmeno il vestiario per andare in codesto processo»).
Graviano fa presente che nei suoi confronti l’inasprimento del 41 bis è stato la causa di numerose, e documentate, patologie. E che la decisione di rendere ancora più duro il «carcere duro» ha violato numerosi articoli dell’ordinamento penitenziario, della Carta costituzionale, della convenzione dei diritti umani. «Anche la convenzione dei diritti dell’infanzia è stata calpestata in quanto mio figlio di 14 anni mi chiede perché non possiamo scambiarci baci e carezze». Graviano spiega di non esser qui a chiedere un «alleggerimento» del regime carcerario di cui è stato testimone il radicale Maurizio Turco («ne ha viste di cotte e di crude»). Chiede di essere curato, perché solo in buone condizioni potrà rispondere alle domande che la Corte e le parti processuali vorranno rivolgerli. Gaetano Giacobbe, difensore di Giuseppe Graviano, fa da sponda al grido di dolore: «Il mio cliente è in uno stato di alienazione totale. Il suo non è un 41 bis normale, ma una tecnica mirata ad annientare la personalità e a indurre alla collaborazione con la giustizia». Se non collabori, crepi a luce accesa.
GMC