«La mia avventura in bicicletta 14mila chilometri fino a Pechino»

Un milanese lungo la Via della Seta sulle orme di Marco Polo. Cento giorni attraverso tre deserti e due continenti

«Anche il viaggio più lungo comincia con un passo», diceva il sapiente cinese Lao Tse. O con una pedalata, devono aver pensato Gianni Pitzalis e compagni il giorno della partenza. Davanti una cartina e soprattutto 14mila chilometri per raggiungere Pechino. Cento giorni di bicicletta sulle orme di messer Marco Polo che, con papà Niccolò e zio Matteo, nel 1271 aprì la porta di un nuovo mondo e conquistò il rispetto e la stima del Gran Khan del Katai. Da allora intatto è rimasto il fascino della Via della Seta, articolata rete di carovaniere che univano il bacino del Mediterraneo all’Estremo Oriente. Una sfida lanciata oggi da un gruppo di cicloamatori, almeno così si definivano prima dell’impresa, partiti da Como e arrivati d’un fiato a Pechino, ricevuti da ambasciatore e autorità in piazza Tienanmen.
«Durissima no. Però dura. Quando mi hanno chiesto se volevo partire, pensavo fosse uno scherzo. Adesso no». Le prime parole di Pitzalis, cinquantaquattro anni, sardo d’origine ma milanesissimo d’adozione. «Sono arrivato a Milano quarant’anni fa - racconta all’assessore Guido Manca, sardo pure lui, che lo accoglie all’arrivo -. Lavavo i piatti al Pesce d’oro, in via Napo Torriani». Una vita fa. Oggi serve meravigliose tagliate con patatine fritte che sembrano quelle che faceva la mamma. È atterrato a Malpensa da un paio d’ore, ma ha già il grembiule addosso nel suo ristorante, il Paiolo di via Fara. «Viva Gianni, sei un mito. Ma adesso lavora», c’è scritto sullo striscione che moglie e figlio gli hanno fatto trovare davanti a casa. Una vita di lavoro. «Macché allenamento. Io in bicicletta ci vado solo la domenica. In giro per la Brianza ad ammazzare il tempo».
Niente male per uno che oggi può raccontare di aver attraversato i continenti, solcato tre deserti, superati passi di 3.800 metri e i meno 154 metri dell’oasi di Turpan, la più profonda depressione asiatica. «Il momento più brutto? Una tempesta di sabbia. Il vento ci soffiava contro e c’erano 40 gradi. Per andare avanti dovevamo bagnarci ogni 15 chilometri. Quando siamo arrivati a Pechino, invece, c’era un temporale, era tutto allagato. Ma ci hanno ricevuto con tutti gli onori». Caldo e fatica, fatica e caldo nei racconti («Stravolto, mi chiamava mia moglie e io non sapevo nemmeno dov’ero»). Idea di Alberto Pozzi, industriale comasco della ferramenta con rapporti commerciali con la Cina, percorso organizzato da Trekking International di Beppe Tenti, partenza da Como. Poi Trieste e ciao Italia. Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, Turchia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan. E finalmente la Cina che appare dai 3.752 metri del Passo di Torugart. «E in vetta ero sempre il primo». Ma per Pechino manca ancora un mese di tappe da 150, anche 200 chilometri l’una. Pechino, lì dove una volta l’imperatore si alzava soltanto di fronte agli ambasciatori della Serenissima.
«E pensare - confessa Pitzalis - che non ero mai andato all´estero perché durante le ferie voglio sempre tornare in Sardegna. La mia splendida isola dove l’azzurro del mare e il sole mi restano poi dentro per tutto il resto dell’anno che passo a Milano. Ho colto al volo questa grande occasione perché mi consentiva di vedere un po’ il mondo, anzi quasi mezzo mondo. Certo non avrei mai pensato di riuscire a pedalare tanto». Non gli è mancato il lavoro, anche se forse non c’è da credergli, ma mangiare, e soprattutto la carne. «La Cina è bella, la pensavo arretrata, ma non è così. Nelle città stanno costruendo tantissimo. Quando passavamo nei piccoli centri, invece, ci trattavano come se fossimo dei marziani. L’Albania è un Paese strano, antico. A Tirana ci hanno tirato le pietre. Non so perché. In Turchia, invece, eravamo sempre scortati dai blindati della polizia. Paura di un attentato. Terribili sono i Paesi dell’ex Unione Sovietica. È tutto abbandonato, strade bruttissime, alberghi orrendi. Dovunque odore di orina. In Turkmenistan stavamo mangiando, alle 8 hanno spento la luce. Coprifuoco e non c’è stato più niente da fare. Bellissima Samarcanda e le moschee». Ripartire? «Magari».