«La mia battaglia (quasi) inutile contro le auto blu»

Seconda puntata dell’inchiesta sugli sprechi-record alla Regione Lazio dopo quella sulle auto blu di ieri. Marrazzo gira in Lancia Thesis 3.2 V6, così come il presidente del consiglio Riccardo Milana. Su prestigiose Alfa 166 gli assessori e altri. Tutte in uso esclusivo. Sui costi torneremo sopra. Oggi sentiamo Luca Borgomeo, presidente del Consiglio nazionale utenti dell’Autorità garante delle Comunicazioni. Già segretario confederale della Cisl e presidente del consiglio della Regione Lazio dal 1995 al 2000. Insignito dalla Corte dei Conti di una speciale onorificenza dopo i cinque anni passati alla Pisana.
Che cosa ricorda di quegli anni, Borgomeo?
«Appena insediato, vidi che nell’autoparco c’erano 36 auto blu. Chiesi allora il disciplinare, per vedere chi aveva diritto e chi no».
E che cosa venne fuori?
«Dal disciplinare emergeva con chiarezza che l’auto blu spettava solo ai 6 membri della presidenza (il presidente, i 2 vice e i 3 segretari), e ai presidenti di commissione, che erano 12».
E che cosa fece?
«Innanzitutto disposi che i 12 presidenti avevano diritto all’auto solo il giorno in cui c’era seduta di commissione. Poi feci piazza pulita. Ma sul serio. Prima le auto andavano su e giù dalle officine: freni, olio, batterie, gomme. Io feci arrivare 16 auto nuove, in leasing, e tutte le altre via. Dismesse».
Che tipo di auto prese?
«Tre Fiat Marea diesel, 1800 mi pare, che erano le ammiraglie. E 13 Bravo diesel. Economiche, piccole, quasi delle utilitarie. Su tutti i vetri feci apporre il simbolo della Regione, per scoraggiare l’uso improprio».
Non avrà certo vinto il premio simpatia...
«Mi sono fatto molti nemici, pazienza. Almeno ho tutelato l’interesse dei cittadini. Pensi che alla Pisana c’era l’impianto di autolavaggio, che doveva servire solo per le auto blu. Ma ho dovuto eliminarlo: in un mese si facevano anche 500 lavaggi, era lecito supporre che se ne servissero in tanti».
E risparmiò?
«Altro che. Decine di miliardi di lire. Per l’autoparco spendevamo un decimo di oggi, basta confrontare le cifre a bilancio. Mi chiamavano il Francescano».
Si sarà fatto molti nemici...
«Certo, ma sono contento di essermeli fatti nell’interesse del cittadino. Sulla mia scrivania c’era una targa con la scritta: il denaro pubblico è sacro. Una frase di Luigi Sturzo».
E alla scadenza del mandato?
«Il mio partito, il Ppi, non mi ricandidò. Ovvio. Avevo toccato tali interessi economici... Pensi solo alle officine. Mi hanno accusato di incompatibilità ambientale. Evidentemente non ero funzionale a certe operazioni».