«La mia estate da ripescato. Ma non sono uno zombie della Dc»

da Roma

Sottosegretario, dopo il suo exploit caucasico stanno tutti ironizzando: a volte ritornano, la notte degli zombie scudocrociati, riecco gli immarcescibili. La ferisce?
«Credo che se uno è vivo, pensa ed è capace, può lavorare finché il Padreterno lo aiuta. E poi, "per essere bisogna essere stati", lo insegna un grande storico».
Non fosse stata la coincidenza della crisi a Ferragosto e il titolare assente, il ritorno di Enzo Scotti alla Farnesina sarebbe rimasto nell'ombra.
«Il mio è un apporto che non vuole occupare la cronaca. Io punto a una riflessione strategica e a una collaborazione leale e utile».
Le ha dato emozione tornare a Bruxelles e poi parlare alle commissioni riunite di Camera e Senato?
«No, perché nella mia esperienza non mi sono mai attaccato a ciò che facevo, sapendo che in politica non bisogna essere nostalgici».
Però ai suoi tempi la Georgia non esisteva, c'era ancora l'Urss.
«È vero, ma chi sa leggere le questioni internazionali conosceva bene quanto era successo con Stalin sotto l’Unione Sovietica, poi gli accordi tra Russia e Georgia del ’93, e sapeva ciò che poteva accadere nel Caucaso. La crisi dell’Ossezia non è nata adesso».
Le va comunque riconosciuto che non è un novizio. Lei è stato anche ministro degli Esteri.
«Per poco, poiché mi dimisi per contrasti col mio partito».
Il meglio lo ha dato come ministro del Lavoro. I vecchi cronisti ricordano quando chiudeva sindacati in una stanza e industriali in un'altra, raccontava ad ognuno ciò che voleva sentire e poi li riuniva facendoli firmare un accordo che diceva tutto e il contrario di tutto.
«Questa è una vulgata. La verità è che in un momento di inflazione galoppante e recessione economica, era prioritario disinnescare le mine, in quel caso la Scala mobile. Dunque una qualche ambiguità si rendeva necessaria. Quel che conta è che i risultati furono positivi, e su quella strada abbiamo inventato la concertazione».
Avessero affidato a lei Putin e Saakashvili avrebbe rinchiuso anche loro?
«Se lei legge l’accordo realizzato da Sarkozy, vedrà che il quinto punto, quello sulla presenza della Russia sul territorio, è stato formulato con una qualche ambiguità ma ha consentito di arrivare al cessate il fuoco».
Sta dicendo che l'antica arte democristiana della mediazione e dell'ambiguità, è ancora attuale?
«Questa è la politica vera, cioè l'alternativa alla guerra. Merito del governo Berlusconi è proprio di avere avviato una soluzione realistica di questa crisi, realizzando una qualche unità dei 27. Davanti alla crisi dei Balcani e all'Irak, l’Europa si era divisa».
A 75 anni lei è tornato sulla scena. Quando pensa di lasciare le attività?
«Non voglio fare comparazioni, con tanti grandi in piena attività. In questi anni mi sono impegnato nella vita universitaria e nella formazione dei giovani. Facendo questo non ho avuto discontinuità e, in qualche modo, non ho mai smesso di fare politica»
Ha fatto il sottosegretario per la prima volta nel 1976; è stato ministro per le Politiche comunitarie, del Lavoro, dei Beni culturali, della Protezione civile, degli Interni e degli Esteri; ha fatto il capogruppo a Montecitorio; è stato vicesegretario della Dc, sindaco di Napoli ed è ora all'ottava legislatura, ripartendo da sottosegretario come nel giro dell'oca. Da quale incarico ha avuto maggiori soddisfazioni?
«Ho cercato di svolgerli tutti con uguale impegno. Chi mi ha dato maggiore vivacità sono stati i Beni culturali. Anche se gli Interni mi hanno segnato per la vicinanza e la collaborazione con Falcone, Martelli, Parisi e una grande squadra di alti funzionari».
Era Donat Cattin che l'aveva soprannominata Tarzan per la capacità di saltare da un incarico all'altro?
«Aveva un grande affetto per me, anche se ero più vicino a Pastore che a lui. Chiamarmi Tarzan era una bonaria presa in giro ma anche un complimento, perché la duttilità in politica è una grande dote, cui ho sempre aspirato. Sono ancora in piedi proprio per la capacità di guardare avanti e non indietro».
È tra i pochi della prima Repubblica ad averla sfangata da Tangentopoli senza grandi sofferenze.
«Hanno tentato in tutti i modi, senza riuscirci perché la mia condotta politica è sempre stata limpida. Per questo hanno dovuto prosciogliermi da tutto, e sono sempre stato in pace con la mia coscienza. I miei figli disoccupati e senza privilegi ne sono stati testimonianza».
Una piccola pecca c'è ancora però. La Corte dei conti le ha chiesto di risarcire tre milioni di euro per uno stabile comprato dal Sisde quando lei reggeva il Viminale. O ha pagato?
«Ma scherza? Mica era mia, la responsabilità. La faccenda è complicata e ancora aperta. E comunque io sono quello che ha abolito la prassi delle buste nere del Sisde al ministro dell'Interno, utilizzata da tutti i miei predecessori».
Sì, il pio Oscar compreso. Ma questa sua resurrezione col federalismo meridionale di Lombardo che cosa nasconde, la vera Dc del nuovo millennio?
«Questa è la vera sfida per la classe politica meridionale: rivelarsi capace di vivere senza più aspettare col cappello in mano lo Stato centrale. Bisogna riconoscere che le scelte politiche di Tremonti sono stimolanti: l'autonomia implica responsabilità».
Lei che ha navigato in acque ben più perigliose: non le sembra di dover lavorare con dilettanti allo sbaraglio?
«Guardo con grande deferenza a chi ha responsabilità politiche in questo momento».
Ricorda le sue sfide congressuali a De Mita, perdenti in partenza e appoggiate dal solo Marini?
«Con Marini ho ancora ottimi rapporti».
E con De Mita? Lui è scomparso e lei invece è tornato a galla. È la nemesi?
«Non sono un galleggiatore: sono tornato ad avere una responsabilità nel governo, sapendo che si può fare politica in mille modi, anche mettendo a disposizione la propria esperienza».
Ma su De Mita ha avuto vendetta, no? Sono passate alla storia, quante ne disse in quel congresso del 1984 a lei e a Marini.
«A me dispiace soltanto che un’intelligenza come la sua abbia lasciato andare in liquidazione una cultura che ormai non c’è più. Solo ora, dopo lo scontro con Veltroni, se ne è accorto. E questo vale anche per i tanti democristiani oggi sbandati, a partire da Casini».
Il ministro Frattini le ha fatto i complimenti?
«Con Frattini ho uno splendido rapporto. Lui collaborava con Martelli quando io ero ministro dell’Interno, è uomo di sottilissima intelligenza giuridica, con una grande cultura e sensibilità politica».