La mia «follia»: 6mila euro di vino

Anche senza essere dei critici enogastronomici, si riconosce subito chi al ristorante ordina scegliendo in base ai prezzi. Per improbabili segretarie, enigmatici cino/giapponesi, boss russi e beceri arricchiti più è caro e meglio è, soprattutto a livello vino. E accidenti se poi danno l’impressione di capirne e di apprezzare. Disprezzati dai ristoratori, sono però benedetti perché aiutano a far quadrare i conti. Il problema con loro è che un cuoco o un sommelier non sa mai da dove può arrivare l’appunto, il reclamo e deve armarsi di pazienza.
La loro frequentazione dei locali stellati per l’Europa, già cara di suo per noi italiani, rende i grandi indirizzi francesi e tedeschi, inglesi e svizzeri, ancora più proibitivi e ancora meno allettanti perché paghi il nome, la famigerata location e la popolarità presso il terzo mondo della gola, ma che è pure il primo in banca. Come per un impiegato giocare a poker con un ricco.
Ogni piatto e ogni vino hanno un loro valore gustativo assoluto, ma che viene messo in discussione al momento di pagare: quello che è buono a 20 euro, diventa ottimo a 10, pessimo a 50 e un furto a 100. Sempre meglio informarsi prima e avere il coraggio di rinunciare, anche perché a certi livelli si paga il fatto di poter dire «ho mangiato da...» piuttosto che «ho bevuto un...». Sempre che a uno interessi, a me mai.
E poi ci sono pranzi con i confini vaghi come piste nel deserto. Fu ad esempio così un giorno all’Enoteca Pinchiorri a Firenze. L’invito di Giorgio Pinchiorri era per aprire un certo rosso, rigorosamente francese, che non poteva certo riempire il calice di benvenuto. Infatti ecco Krug 1995, oggi in carta a 450 euro. Una volta a tavola (in tre), prima Vosne-Romanée 1992 di Henry Jayer, euro 600, quindi sempre Jayer ma Cros-Parantoux 1988, una leggenda a 725. Si beve e ci si inizia a preoccupare, anche perché seguiranno Petrus 2000 e Screaming Eagle 1998. Sono altri 4.750 euro sul conto.
In due scherziamo, il terzo, solo a ricevere il menù con i prezzi, zampilla letteralmente sudore. Giorgio ci cucinerà, con classe, per alcune ore a temperature sempre più alte. Torneremo a respirare al «grazie, siete miei ospiti». Nessuno poteva permettersi quella cantina in un colpo solo. E il prezzo più alto mai pagato? Per l’impatto su me sbarbato, l’equivalente di 200mila lire nell’84 da Bocuse. E il coniglio mi aveva pure deluso.