La mia gioia di essere papà

Fra i cento riti di cui - ormai - è fatta la mia giornata, uno dei più dolci è la mattina presto, quando esco per la colazione e l'acquisto dei giornali spingendo la carrozzina del mio bambino. Nicola Giordano Guerri ha dieci mesi e è poco più lungo del suo nome, ma è già convinto di essere padrone del mondo, perché niente gli fa credere il contrario. Appoggiato sul davanzalino del suo trono, che conduco cercando di evitare cacche e buche, si guarda intorno soddisfatto. Sa già cosa lo aspetta: dopo il giornalaio, il posto più assolato del bar d'angolo e un muffin, di cui è ghiotto.
Mentre lo imbecco - scegliendo le briciole più soffici, misurando la sua soddisfazione fatta di gridi belluini - riesco anche a dare un'occhiata alle prime pagine dei quotidiani. Ma la notizia che mi ha gelato il sangue, ieri, non era in prima pagina. Che una mamma scaraventi la figlia di cinque anni giù dal quinto piano incide nelle nostre vite meno dell'aumento delle bollette, delle tasse, delle rotture di scatole della politica e dell'antipolitica. Ma ferisce molto di più la nostra coscienza, la nostra più intima essenza di esseri umani, che è animalesca prima che razionale e ci impone che primo dovere della specie è proteggere i cuccioli.
Oggi lo so. Ho avuto questo mio primo e unico figlio a cinquantacinque anni, trascorsi badando soltanto a me, a quello che mi piaceva e a quello che mi dispiaceva, a quello che mi interessava e a quello che non mi interessava. Privo di religiosità, ero il centro del mio universo, unico scopo e sbocco della mia vita. Credevo fosse divertente, e lo era davvero. Ma soltanto divertente, niente di più e niente di paragonabile alla pienezza di vivere con, per e in funzione di qualcun altro. Prima ancora del figlio, l'incontro con una donna che ti fa dire «Questa volta è per sempre». E poi un bambino, che per sempre lo è di sicuro, qualunque cosa accada, nel bene e nel male. Un figlio, se lo sia ama davvero (ma come si può non amarlo davvero?) non è soltanto la prosecuzione della tua vita. È prima di tutto, una vita, sua e soltanto sua, che ti viene affidata perché tu la aiuti a crescere forte rigogliosa, il più possibile aperta a dare e ricevere felicità. La grandezza dell'amore paterno e materno sta proprio nel dare senza aspettarsi niente in cambio. La sua meraviglia sta nel fatto che, invece, in cambio ricevi più di quanto hai dato, perché basta un sorriso di quella bocca sdentata e di quegli occhi purissimi, che non celano niente e dicono tutto.
Per un genitore un figlio piccolo «è tutto» - sia pure fra virgolette, fra i mille problemi quotidiani - perché tu sei tutto per lui, e senza virgolette. Ora lo so, ché per la prima volta in vita mia non vedo l'ora di tornare a casa. Ora lo so, ché quando mi rivede, anche solo dopo poche ore, Nicola Giordano urla di gioia e tende le braccine, vibranti come un frullatore per l'eccitazione. E ogni volta penso quanto siamo fortunati, Nicola e io, perché lavoro a casa e le nostre reciproche assenze sono così brevi.
Non erano così fortunati Melania, cinque anni, e suo padre Angelo, operaio, che tornava a casa la sera, dopo un'intera giornata di lavoro. Mi è facile immaginarlo, Angelo, camminare a passo svelto e felice verso casa, dove avrebbe trovato la sua donna e la sua bambina festante. Melania infatti lo aspettava sul balcone, tutta un fremito e uno squittio, in piedi su una sedia per vederlo prima, incontenibile nei suoi gridi di felicità piena. È stato allora che la mamma l'ha spinta di sotto, venti metri, per non sentirla più. Paradossalmente nessuno la può capire meglio di un genitore, ma nessuno la può capire meno di un genitore. Io stesso - come tutti, sono sicuro - ho provato brividi di esasperazione durante i primi mesi di Nicola, per i suoi pianti incontenibili e inconsolabili, prima le coliche, poi i denti. I ricordi più brutti di quelle lunghe ore, di quelle notti in bianco, però, sono i pensieri che mi attraversavano la testa, altrettanto incontenibili e inconsolabili dei suoi pianti: «Chi me l'ha fatto fare». «Mai più». E il peggiore di tutti, il più vergognoso: «Potessi tornare indietro». Vergognoso perché è il rinnegamento egoistico, sia pure irrazionale e momentaneo, di ciò che sai essere la cosa più bella e preziosa che la vita ti ha dato. Lo si supera, d'istinto, con un amore che viene dalla carne, prima ancora che dal cuore e dalla mente. E leggendo, parlando con i medici, sapendo che è una reazione normale, quasi sana, di autodifesa. Purché tutto si fermi lì e tu continui a cullare con dolcezza e pena la vita della tua vita.
Giordano Bruno Guerri
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