La mia giornata da bolscevico alla sbarra

Show &quot;sovietico&quot; in Tv. Paolo Guzzanti, &quot;firma&quot; del <em>Giornale</em>, racconta la sua esperienza televisiva nei panni &quot;sovietici&quot;. &quot;Mi portarono in cella la mia Luger e l'uniforme: &quot;Metti questa compagno&quot;.

Una delle agenti che mi avevano in custodia mi ha portato l’uniforme in cella. «Metti questa, compagno». Mi sono dovuto spogliare degli abiti borghesi. Dovrò affrontare gli uomini della Ceka, dunque. I pantaloni sono quelli dell’esercito russo nel 1917 dal cavallo enorme, dritto senza curva in cui ci potrebbero stare tre bolscevichi medi o sei dopo la carestia. Tessuto di lana ruvida, in pratica lana d’acciaio. Camicia alla Tolstoj con laccio alla vita. Casacca. Stivali: buoni stivali lucidi. Cinturone. Mi danno la mia pistola, una Luger abbandonata dai tedeschi che mi segue dai giorni della Prima Guerra mondiale, ma vedo subito che hanno otturato la canna. Maledetti. Chiedo il cappello con la stella rossa ma mi dicono che prima dovrò affrontare la mia sorte senza insegne del partito. Sono sotto processo. Vengono a prendermi e mi portano su una sorta di palcoscenico. Mi sparano riflettori in faccia. Una cekista, una certa Lina Wertmüller, tedesca spartakista dura e pura che ostenta falsi modi borghesi, mi avverte che se non saprò affrontare la commissione per la repressione delle attività controrivoluzionarie mi aspetta la Lubianka e il colpo alla nuca. Un commissario di nome Rickij Tognatzij mi ordina di procedere. Una bella donna pallida e bionda mi guarda e mi soppesa con occhi di ghiaccio. Un prigioniero accanto a me commenta: «Bella gnocca». Non cado nella provocazione.
C’è una platea di bolscevichi forsennati che gridano il mio nome. Alcuni mi vogliono fucilato subito, altri sembrano credere nella mia innocenza. Un commissario inviato dai comunisti italiani, un certo Leonardo Manera mi conduce davanti a una porta e mi avverte: «Stai in campana, compagno. Dovrai rispondere a bruciapelo. È la nostra macchina della verità». Ho un braccio fasciato. Mi sono ferito evadendo e loro me lo contesteranno. La porta si apre e vengo catapultato in una delle solite topaie in cui la Ceka si lavora i prigionieri politici riducendoli a larve umane in attesa della morte. Un commissario in uniforme, i baffi ben curati, si finge accomodante: “Grazie al cielo sei qui”, dice. Si mettono a parlare tutti insieme e a farmi domande assurde. Vogliono sapere del mio braccio. Prendo l’iniziativa. So che il sospetto si trasforma subito in terrore nel partito e li accuso di essere spie. Estraggo la Luger e la metto sul tavolo. Sono impressionati. Non sono sicuri che sia inceppata. Li minaccio con l’arma, pronto a distruggere ogni nido di spie. Rispondo a raffica e domando a raffica. Sono sconcertati, confusi. Sondo la loro lealtà comunista. Li costringo a inneggiare alla rivoluzione. Forse pensano che sto mentendo, ma non possono far altro che seguirmi. Penso di avere la situazione sotto controllo e le domande si succedono. Contesto la loro falsa linea politica. Sono più duro di loro.
Poi all’improvviso compare una donna, un agente provocatore che si rivolge a me in italiano, con accento romano (sono stato più volte in Italia a trovare i compagni dissidenti) che mi dice: «Aho’, ma nun te vergogni? State ancora a giocà a la rivoluzzione all’età vostra?». Io dico prontamente: «È una spia. L’hanno mandata gli agenti fascisti italiani per seminare il panico nelle file comuniste». Un commissario tenta di incastrarmi: «Ma se è tua figlia, non la riconosci?». Nervi saldi: la fronte si imperla di sudore. So come reagire: «Mia figlia? Questa è l’undicesima figlia che i controrivoluzionari mi mandano per incastrarmi. Fucilatela».
La folla bolscevica rumoreggia. La mia sincerità comunista ha impressionato operai e contadini. Gli studenti borghesi si fanno sguaiati e sfoggiano tracotanti il loro estremismo parolaio. Vengo invitato a cantare l’inno sovietico. Lo intono a squarciagola ma mi accorgo che i commissari del popolo stentano a venirmi dietro. Si accendono le luci. La Commissaria Lina Wertmüller è soddisfatta. Mi dicono che sono nel programma televisivo de La7 che si chiama «Grazie al cielo sei qui» (stasera alle 21.30): un’altra trovata borghese per confondere le masse. Mi dicono che hanno acquistato il format dagli australiani i quali l’hanno chiamato «Thank God you are here». La borghesia, al punto più alto del suo marciume decadente, costringe i figli del popolo a recitare senza copione. Altri proletari hanno dovuto subire con me prove analoghe. Non tutti se la cavano e quelli che vengono portati via nei cosiddetti camerini hanno l’occhio triste di chi prevede la sua sorte. Io sembra che me la sia cavata. Ho mentito, è vero, ma l’ho fatto per il bene del socialismo sovietico. Il Kgb era in sala e mi guardava con occhio d’acciaio. I veri cekisti non parlano. Un compagno falso trotskista latinoamericano commentava in spagnolo la mia performance. Scoprirò che si trattava di Ramon Mercader, che tradirà Leon Bronstein detto Trotski e lo accopperà a picconate in Messico. Mi danno un premio imbottito di microspie. Lo frantumo nel camerino per ridurlo al silenzio. Mi rivesto dei miei abiti borghesi. Una lunga Skoda nera guidata da un tenente colonnello mi riporta al mio alloggio alle due di notte. Ho dovuto lasciare sia la Luger che i miei panni bolscevichi. Spero di essermela cavata. Se dovessi scomparire, non meravigliatevi. Del resto, da sette mesi mi hanno tolto la scorta. Questa è gente lenta, ma implacabile.
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