La mia infanzia rovinata dalle baby bulle

«Devi fidarti, in cambio di pochi soldi non ti accadrà nulla»

Il fulcro di tutto era la bambina. Vestiva sempre da maschio e portava i capelli né lunghi né corti, un accenno di boccoli qui e là, una femminilità consapevole dissimulata dai modi da capo. Bella ma soprattutto carismatica, con quel tanto di sfrontatezza nel minimalismo dei gesti. Aveva otto anni e li avevo anche io. Pur avendone un sacro terrore ne ero anche affascinata, mi ricordava Lady Oscar, peccato che lei non fosse a capo dei buoni. Erano organizzati perfettamente, eppure a distanza di quasi trent'anni sono pochi i volti o i nomi che ricordo, oltre al suo. So che si muovevano in gruppo, e neanche un gruppo nutrito, tre/quattro al massimo. Ma più che muoversi comparivano. Alla siepe giù in fondo, la zona di confine tra due agglomerati di villette a schiera che oggi si chiamerebbero «residence» e che all'epoca erano invece «cooperative». Ufficialmente lei era solo il portavoce, il braccio destro. Il capo non si smuoveva per così poco. È strano, ripensandoci, capire quanto a quell'età alcune parole avessero ancora un significato oscuro. Gli adulti le davano per scontate, mentre noi bambini ci ricamavamo sopra con la fantasia. «Amministratore». Cosa poteva mai essere un «Amministratore»? Certamente qualcuno che comandava tutti i nostri genitori, dal primo all'ultimo, se indiceva riunioni e per allargare una finestra bisognava prima chiedere all'«Amministratore». Il figlio dell'amministratore era piccolo e magro, ma sveglio, una mente veloce, furba, che aveva capito già come girava il mondo e se l'era fatto girare intorno a un dito almeno fino alla fine delle scuole medie. Si era scelto un compagno grosso (di cui mi sono perdutamente innamorata, naturalmente) che non era cattivo ma abbastanza alto da indurre il resto dei coetanei a non dare fastidio al suo migliore amico. Avevano la battuta fulminante e un paio di professori hanno perso ogni credibilità agli occhi della classe, grazie a quei due. Ma divago. Era il 1979 quando la cosa ebbe inizio, e il 1980 quando ebbe fine. Per un anno a scansione settimanale, o mensile (rimozione benedetta), loro mi trovavano. E mi chiedevano 500 lire per «protezione». Protezione da chi? Protezione da che?
«Metti che qualche ragazzo grande ti dia fastidio. Metti che qualcuno ti rubi i giochi. Tu ci chiami e noi interveniamo». Il tono si faceva cospiratorio «C'è una banda di grandi che lavora con noi. Hanno un carretto, ci legano le persone, le portano via e le torturano».
Sì, lo so, nessun ragazzino di otto anni oggi si berrebbe un'idiozia simile. Ma io appartengo a una generazione nella quale il candore, qualche volta, sopravviveva alla vita reale. Io non ho mai dubitato. Non mi sono ribellata. Mai. Le minacce erano troppo grosse e troppo dirette.
«Cosa credi che ci voglia a sfondare la porta di quei due handicappati dei tuoi genitori? Sono due vecchi. Se non paghi li ammazziamo». Lady Oscar non sorrideva, seria seria nel suo ruolo da piccola mafiosa, piccola camorrista, piccola stronza, non saprei darle una definizione precisa. Non sorrideva, incassava e distrattamente chiedeva:
«Ti ha dato fastidio qualcuno?».
Io mi affannavo mentalmente cercando una molestia dignitosa da esibire, ma in realtà no, no, non c'era stata nessuna molestia. A parte la loro, è ovvio.
Finì a tarallucci e vino, come sempre, quando entrano in scena gli adulti. Una mia compagna di giochi una volta venne con me a un incontro. Aveva un anno di meno ma un fratello maggiore in più e gli occhi su certe cose della vita li aveva aperti da un pezzo. Andò difilata dalla madre, e quella dalla mia, e la mia dalla moglie dell'amministratore. Ricordo quella sera, quando abbracciata a mia madre guardavo il figlio dell'amministratore che, con i dovuti occhi bassi, stava appoggiato alla sua e ammetteva che era stato uno scherzo, ma l'aveva fatto solo una volta, così per ridere, non credeva che io l'avessi preso sul serio. Poi, ovviamente, aggiunse che se Lady Oscar era andata avanti con lo scherzo, beh, quella non era colpa sua. Io non facevo che annuire, avallare, terrorizzata all'idea che quella notte dei colpi sordi avrebbero abbattuto la porta e qualcuno sarebbe entrato con un carretto per portarsi via i miei genitori urlanti nella notte. Ma naturalmente non successe. Sua madre, una compitissima signora, si salutò cordialmente con la mia, io e lui ci dicemmo «Ciao» come si usava tra bambini per bene. Non ebbi più problemi, anzi, me lo ritrovai in classe alle medie e mi ignorò per tre anni, come del resto facevano quasi tutti (fatti salvi due/tre che mi tormentavano). Oggi ho quasi 37 anni. Non tengo per le palle il mondo ma la parola «paura» ha assunto un significato personalissimo e molto distante da quello di allora. Non ce l'ho più con Lady Oscar né con il figlio dell'amministratore. Sono diventate le classiche «brave persone» che hanno una vita «normale» e ovviamente anche dei bambini. Bambini che, chissà, forse oggi non vengono più taglieggiati dal figlio dell'amministratore di condominio. Però magari da quello dell'Amministratore Delegato sì. Una cosa brucia ancora, come una ferita aperta. Una cosa che, quella sera in cui due madri civili medio-borghesi si sono incontrate con i rispettivi pargoli nell'ingresso di casa mia, non è mai comparsa. È rimasta civilmente e borghesemente custodita nella tasca di quella mamma che per un anno avevo strenuamente e segretamente difeso da una morte atroce. Una ricevuta scritta a macchina e firmata a mano. Diceva: «Ricevo £ 500 per assicurazione contro bande rivali. Scadenza 15/5/80».
In fondo, se era figlio dell'amministratore, un'anima da contabile doveva pur averla.