«Mia mamma voleva morire, ma da “vegetale” mi ha insegnato tutto»

«Non so quante volte ho avuto voglia di prendere il telefono e chiamare le varie trasmissioni. Ma ho resistito». Le trasmissioni erano quelle sul caso di Eluana Englaro. Quello che avrebbe voluto dire, raccontare, era la storia di Anita Giordano, sua mamma, un «vegetale» per usare le parole di chi limita tutto ai movimenti del corpo. «Mia mamma mi ha insegnato più cose in quei due anni inchiodata a un letto che in tutto il resto della mia vita - racconta oggi Veronica, mentre non riesce a trattenere la commozione - Lo so, dal punto di vista clinico il caso di mia mamma era diverso da quello di Eluana, lo voglio ribadire chiaramente. Ma anche lei non poteva parlare con la bocca, non poteva più muoversi. Anche per lei i medici mi avevano chiesto se volevo “lasciarla andare”. E anche lei, quando curava i suoi genitori e sua mamma in particolare, mi ripeteva che se fosse toccato a lei avrebbe voluto una bella puntura per abbreviare il passaggio alla morte».
La sua cartella clinica era di quelle definite «senza speranze». Anita Giordano aveva una «doppia emiplagia», in due riprese un’emorragia cerebrale le aveva danneggiato irreparabilmente prima la parte sinistra e poi quella destra del cervello. Risultato: era inchiodata a un letto. Già dopo il primo incidente, il 14 marzo del 2007, i medici del San Martino avevano chiesto alla figlia cosa volesse fare, se volesse tentare un’operazione dalla quale aveva il dieci per cento di possibilità di uscire viva, ma non certo ristabilita. Quello era impossibile. Sarebbe comunque rimasta uguale a com’era. A fine agosto dello stesso anno la seconda, doppia emorragia. Poi le dimissioni dal San Martino. «Abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare», hanno detto i medici. L’unica soluzione sarebbe stata quella di ricoverare la donna in una struttura pubblica dove avrebbe atteso la morte.
Veronica, la figlia, non c’è stata. «So di essere fortunata - spiega - Ho potuto pagare per quasi due anni una clinica privata, persino lasciare l’attività per stare dietro a mia mamma. Ma quello che mi ha dato lei in questo periodo non ha prezzo». Veronica vuole innanzitutto raccontarsi. «Figlia unica, sono sempre stata protetta in tutto da mia mamma. Non riuscivo neppure a vedere un polso rotto senza svenire. E infatti svenivo in ospedale ogni volta che andavo a trovarla anche per le cose più banali - ricorda - Ho 40 anni ma non ero in grado di cavarmela da sola. In questo periodo mia mamma, senza muoversi, mi ha insegnato tutto». Non a parole, ma a sensazioni. Con il linguaggio del cuore, dell’amore. «Lei comunicava emotivamente - racconta Veronica - Ascoltava le poesie, la musica e si emozionava. Era una bambola, alimentata con la peg, lo strumento che fornisce cibo direttamente nello stomaco, ma le parlavo e lei mi rispondeva. A modo suo. Una volta le dissi che non poteva lasciarmi, che era tutto per me. Il suo volto cambiò, sembrava che grugnisse. Le dissi: “Sì, d’accordo, c’è mio figlio, ma anche tu sullo stesso piano...” e lei si rilassò. Era contenta perché mi aveva spiegato cosa volesse dirmi, mi aveva insegnato la pazienza e l’ottimismo. Il valore dei figli».
Il fatto è che in quel letto era cambiata la figlia, ma anche lei, la madre. «È vero che diceva sempre che avrebbe voluto morire, ma quella era un’altra donna - aggiunge Veronica - Improvvisamente era cambiata, era aggrappata alla vita, voleva andare avanti, essere ancora circondata da noi». Dalla figlia, ma anche dagli amici più cari. Il professor Giandomenico Sacco, che l’ha avuto in cura nella clinica privata, aiutato anche da una logopedista, conferma che quando la visitava da solo era serena ma normale, quando aveva accanto a sé le persone care si trasformava. Come quando arrivava Gigi, un caro amico che ha «recitato» una parte fondamentale. «Mia mamma era una donna orgogliosa, era una bella donna e ci teneva a essere ammirata - ricorda la figlia - Gigi la faceva sentire ancora così, le portava fiori tutti i giorni, la corteggiava accettando di fare quel ruolo per lei. Sembravano due bambini e mia mamma era come una ragazzina sorpresa ad amoreggiare con il suo spasimante. Si commuoveva a sentir parlare di fede e della sofferenza di Cristo, lei che non è mai stata religiosa».
Una donna che sarebbe stata definita un vegetale, che nel pieno della sua vigoria avrebbe voluto morire in un caso simile, nel momento in cui si è trovata immobilizzata su un lettino, costretta a farsi fare tutto dagli altri, ha lottato per vivere e insegnare ancora tanto. «Cercava il contatto, l’amore anche fisico con noi - aggiunge la figlia ricordando quei mesi - Mi coricavo accanto a lei e piano piano mi rendevo conto che portava la sua testa sotto il mio collo. Il pomeriggio prima che morisse, pur “riempita” di medicinali per la febbre e la nausea, non voleva addormentarsi e continuava a guardarmi nonostante la invitassi a riposare. Mi hanno detto che appena sono uscita, ha preso sonno. Era come se non volesse perdere neppure un istante di me». Una storia vera, finita un mese fa nel modo più naturale possibile. Ma che Veronica non vuole far passare inutilmente. «Intanto non riesco a immaginare cosa sarei io, tutto ciò che non avrebbe potuto insegnarmi mia madre, se la sua volontà di morire espressa prima delle emorragie fosse stata in qualche modo eseguita - conclude la figlia - E poi vorrei trovare il modo di aiutare le persone come mia madre, pur non avendo né le capacità professionali né le autorizzazioni per farlo. Ma intanto continuo ad andare a trovare le donne che ho conosciuto in ospedale durante la malattia di mia mamma». Veronica non avrà le capacità mediche, le lauree specialistiche, ma ha quella medicina che le ha lasciato sua mamma. La più forte di tutte. L’amore. E la certezza che la vita non è solo un corpo che si muove.