Mia moglie s'è affittata un marito

A Monza - città dove vivo, e ho il sospetto che non si tratti di un caso - è nata la prima agenzia di servizi chiamata «Il marito in affitto»: offre alle mogli l’esecuzione di quei maledetti lavoretti domestici che in genere ci vengono commissionati via post-it sulla scodella del caffelatte. C’è sempre un rubinetto che perde, una cantina da mettere in ordine, una meravigliosa lampada acquistata in saldo e da fissare al soffitto. Il novanta per  cento di quei lavoretti è oggettivamente al di fuori delle possibilità umane per qualsiasi marito; eccezion fatta ovviamente per i fanatici del bricolage, gente che non ha una mazza da fare tutto il giorno. Ogni resa di fronte a un lavabo difettoso equivale a una condanna senza appello da parte della moglie: un impedito, ecco che cosa sei. Invano ho provato a replicare con un ragionamento che mi pareva inappuntabile. Vorrei vedere, ho detto, se la moglie di un idraulico provasse a chiedere al marito: oggi mi scrivi un pezzo di ottanta righe e lo metti in pagina.

L’inventore del «marito in affitto», Gian Piero Cerizza, ha azzeccato il business del millennio. Prova ne sia il fatto che ha dovuto rapidamente attorniarsi di collaboratori e di corrispondenti in tutta Italia: a Torino, Novara, Alessandria, Casalecchio, Roma, Teramo. Rapidi e invisibili come i sommergibili arrivano a destinazione con il loro grottesco armamentario di black & decker, motoseghe, chiavi del sedici, pappagalli, bulloni, rondelle, brugole. Al ritorno a casa, il marito viene messo di fronte all’impietoso confronto: quello sì, dice la moglie, che è un ometto che ci sa fare. La nascita di queste agenzie è in fondo la certificazione definitiva del declassamento del marito nell’età post-femminismo. Siamo ormai ridotti a colf, baby sitter, idraulici, elettricisti, giardinieri, autisti, vetrai, ombrellai, parquettisti. Altrimenti per quale motivo il signor Cerizza ha chiamato la sua agenzia «marito in affitto» e non, che so, tuttofare, aiutante domestico, «il mago della casa»? Evidentemente perché la mansione del marito è quella: avvitare, svitare, riparare. D’altra parte già da tempo anche la grande industria aveva fiutato il cambiamento epocale. L’Ikea, ad esempio. L’Ikea ha voluto far passare l’idea che siamo tutti mobilieri. «Arredare la tua casa è facile e divertente», è lo slogan.

Facile e divertente un paio di palle. Intanto c’è una mezza dozzina di serate trascorse a sfogliare il catalogo. Poi, la trasferta domenicale sul posto. All’Ikea si va, in genere, per starci tutta la giornata. Perché una moglie normale non si accontenta di scegliere che cosa comperare: studia - per il nostro bene - le possibili combinazioni più convenienti, mette insieme un pezzo di Pax Str con uno di Pax Ballstad, un Kompl cern con un Kompl cass, un Aneboda con un Hemnes (mai un nome cristiano, tipo credenza, comò, bidet). Alla fine ci viene piazzato in mano un foglio la cui soluzione è più complicata di un Sudoku: vai in magazzino, dice la moglie, e segui queste indicazioni, è semplicissimo, l’articolo 70014013 è nel settore 32 allo scaffale 18, lo 00134565 al 16/12. Il marito veste quindi i panni del facchino, per poi passare a quelli dell’uomo-bancomat e infine, giunti a casa, quelli del mobiliere-fantozzi. In fondo, anche le tariffe richieste dal «marito in affitto» sono umilianti per noi.

Quindici-venti euro l’ora. Così poco vale la nostra presenza? Suggerisco al signor Cerizza di estendere le proprie competenze e di diventare un «marito in affitto» a tutto tondo. Può guadagnare di più facendosi carico anche di altre incombenze. Ad esempio. 1) Farsi controllare, la mattina, com’è vestito e ascoltare la signora mentre dice non vorrai andare a lavorare conciato così; 2) farsi guardare i calzini con un buco e ascoltare la signora mentre dice ma se ti succede un incidente, che cosa penseranno in ospedale; 3) ricevere, in orario di lavoro, una telefonata che informa: «Mia figlia ha preso sette in latino ma tuo figlio è insufficiente in matematica»; 4) ricevere, sempre in orario di ufficio, una seconda telefonata-richiesta: «Vuoi dire a tuo figlio di smetterla di litigare con suo fratello?», e naturalmente cercare di dirimere la lite a distanza. Bei tempi - quelli di mio padre, mica cent’anni fa - quando il marito entrava in casa e doveva solo mettere le gambe sotto il tavolo, perché portando lo stipendio aveva «già fatto il suo dovere».

Caro signor Cerizza, sia il benvenuto. Faccia pure il marito in affitto, anzi in full leasing, in comodato gratuito, in franchising. Chiedo solo, per par condicio, l’istituzione di una parallela rete di agenzie di mogli in affitto. Sul mansionario saremo rispettosi. Ci basta che ci lascino stravaccati sul divano, con un cartone di pizza una birra e le scarpe sul tavolo, a vederci in santa pace una semifinale.